Storia del calciomercato: Torino-Juventus un derby senza fine

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Un derby infinito, anche nel calciomercato.

Quello tutto piemontese fra Torino e Juventus ha caratterizzato gli anni Trenta e Quaranta.

Il gotha del calcio era proprio in quella regione: Pro Vercelli prima e Toro e Juve poi erano il massimo a cui si poteva aspirare. Negli anni Trenta è la sponda bianconera ad attirare di più i giovani calciatori che volevano fare il salto di qualità. Anche perché il professionismo aveva ormai preso piede e, sebbene gli stipendi non fossero altissimi e il prestigio non fosse di certo quello di oggi, avere un posto come calciatore significava anzitutto avere un lavoro diverso da quello del contadino e muoversi in un mondo di conoscenze e personalità che avrebbero fatto comodo una volta appesi gli scarpini al chiodo.

Orsi e Monti furoni i principali “colpi” di mercato messi a segno dalla Vecchia Signora, che allora però era ancora una giovane ragazza nel panorama calcistico italiano, ma quello che resterà negli annali anche grazie all’enfasi di alcuni giornalisti dell’epoca – peraltro siamo davvero agli albori del giornalismo sportivo, quello in cui ogni partita si trasformava in una battaglia nel racconto dei cronisti – è l’ingaggio di Renato Cesarini.

La mezz’ala oriunda argentina viene ingaggiata dalla Juventus proprio nel 1929, rimanendovi fino al 1935, e ha subito un grande impatto con il campionato: realizza qualche rete, inaspettata, e si “specializza” nel segnare negli ultimi minuti delle partite. Da qui nasce la ormai celeberrima “zona Cesarini”. Negli anni Quaranta però emerge il Torino e lo fa spiccando un volo incredibile. Nel 1942 dal Venezia arrivano Ezio Loik e Valentino Mazzola: nasce con loro il Grande Torino, quella squadra leggendaria che poi farà sognare tutti gli appassionati di calcio facendoli letteralmente innamorare. Oltre alla loro caratura, a rendere unico il loro trasferimento è rappresentato ancora una volta dalla questione economica: il Torino paga un milione e 250mila euroE’ la prima operazione di calciomercato a sei zeri.

Il passaggio al professionismo segna proprio questo: non solo gli atleti, che ormai lo fanno di professione, puntano al maggiore guadagno possibile, ma anche le società ora vogliono ricavare qualcosa dai giocatori. In questi anni nasce il concetto di atleta come “bene” di proprietà della società. E con questo anche le prime, interminabili, diatribe. Soldi, soldi, soldi.