Storia del calciomercato: Jeppson o’ Banco ‘e Napule

“Il calciatore è un lavoratore che non può mai dimettersi; può solo essere licenziato; non ha diritto di recesso, mai, dal giorno in cui firmò il primo cartellino che lo legava alla più modesta società di provincia”.

Con queste parole Carlo Masera, segretario dell’Associazione Italiana Calciatori, fondata nel 1945 all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, dipingeva la condizione dei duemila atleti che all’inizio degli anni Cinquanta si guadagnava da vivere con il gioco del calcio. Di coloro i quali ricevevano una retribuzione, soltanto un piccolo gruppo guadagnava somme cospicue. In quegli anni era il dilettantismo a farla da padrone e, accanto ai duemilia professionisti, c’erano circa centomila atleti che non percepivano un soldo per tirare calci al pallone.

Escludendo i grandi nomi, come Loik, Mazzola, Cesarini e i campioni di questo genere, gli altri calciatori ricevevano uno stipendio da veri e propri lavoratori: il salario di un giocatore di serie A era equiparabile a quello di un dirigente di banca, quello di uno di serie B era pari allo stipendio di un funzionario di Stato e chi giocava in serie C percepiva quanto un operaio specializzato. Insomma, nulla a che vedere con le cifre da capogiro degli ultimi trent’anni.

Hasse-Jeppson-e-Achille-Lauro

 

In un contesto del genere è facilmente comprensibile lo scalpore che destò il trasferimento, davvero folle, di Hans Jeppson in Italia. L’attaccante svedese faceva parte di quella truppa di giocatori del Nord Europa che negli anni Cinquanta venivano in Italia in cerca di fortuna. Come accadrà moltissimi anni dopo con Davide Trezeguet e Zlatan Ibrahimovic, anche Jeppson fece uno “scherzetto” alla Nazionale italiana, contribuendo con un due reti all’eliminazione dell’Italia ai Mondiali in Brasile. Dopo una breve apparizione con la maglia degli inglesi del Charlton, il gigante svedese approdò all’Atalanta. Si mise in mostra disputando diverse ottime gare tanto da diventare oggetto del desiderio di grandi club, Inter e Napoli su tutti.

Ufficialmente fu proprio il presidentissimo della società partenopea, Achille Lauro, ad avanzare l’offerta più alta: un totale di ben 105 milioni di lire. Un prezzo folle per l’epoca. E per il giocatore in questione. Allo svedese andarono 30 milioni, all’Atalanta 75 – così avevano chiesto i dirigenti della società bergamasca – e il caso Jeppson divenne il più discusso. In realtà, secondo quanto ha raccontato Luigi Bonizzoni, ex allenatore del Palermo, le cose andarono un po’ diversamente e a metterci lo zampino fu il principe Raimondo Lanza di Trabia, grande appassionato di calcio e di strategie. Da gran volpone quale era – ancora oggi i vari Baldini, Marotta, Pradè e Branca avrebbero molto da imparare da lui – decise di stringere un patto con l’Atalanta: il principe voleva portare al Palermo l’argentino Martegani, sul quale si era fiondata anche la società orobica, e quindi propose ai dirigenti nerazzurri di lasciare il giocatore alla sua società. In cambio, però, avrebbe fatto guadagnare molti soldi all’Atalanta. Come? Iniziando una finta asta per l’acquisto di Jeppson. Così Lauro credette che anche il Palermo era in corsa per lo svedese e sborsò oltre 100 milioni di lire in totale. E quando l’attaccante svedese, non di certo un fenomeno, incespicò sul pallone e rovinò a terra qualcuno dalla curva del Vomero gridò: “E’ caduto ‘ Banco ‘e Napule”.

Bisognerà attendere un certo Diego Armando Maradona per vedere il vero spettacolo che vale il prezzo del biglietto a Napoli, ma di certo l’affare Jeppson inaugurò un’epoca: quella del presidente mecenate e tifoso disposto a fare follie per aggiungere un giocatore alla propria squadra.