La Lavagna, Genoa – Catania

bergessio

Selezionare è sempre complicato. La scelta, d’altronde, prevede l’esclusione. Tra le sfide della giornata di Serie A, ne esisteva una più insidiosa delle altre. Non che gerarchicamente si potesse distribuire il titolo di langravio davanti a quello di duca, ma Genoa-Catania parafrasava alla perfezione l’espressione letale: ” chiave di volta “. Un trampolino vero e proprio: da una parte la caccia agguerrita alla salvezza, dall’altra l’interrogativo legato all’Europa.

Il match ha incorporato perfettamente la dimensione di entrambe. Per dover di galanteria partiamo dagli ospiti. Rolando Maran possiede un suo calcio, che in Sicilia si sta implementando sempre meglio: 4-3-3- sulla carta. In realtà è un 4-5-1 che parte dietro la linea della palla. Solitamente è Lodi ( oggi assente ) a uscire sul pressing: palla di prima agli esterni che creano il divenire.

Il Genoa, invece, ripropone il 4-4-2 casalingo, con Borriello e Immobile davanti. Il neo acquisto Oliveira viene schierato nel vecchio ruolo di esterno di destra. La domanda che preme è la seguente: Perchè il Genoa ha perso? O simmetricamente, perchè il Catania ha vinto? La spiegazione esiste, e segue una logica di football linearissima.

Il marchio autentico è fornito da Pablo Barrientos. A lui l’appellativo ‘ magistrale ‘ si addossa alla perfezione. Il consiglio è quello di prendere una lente d’ingrandimento e osservarlo per 90 minuti. Trequartista, gioca largo a destra. Corre tutta la corsia, su e giù, senza limiti di tempo e di spazio. Esce in pressione, e ritorna sulla linea. È il giocatore, tra quelli offensivi del Catania, che meglio svolge la fase difensiva: perchè non dà solamente una garanzia a livello di posizione, ma anche di efficacia: la palla la recupera, e il fallo se lo guadagna. Ha calcio nel sangue, e lo dimostra quando la sfera è in suo possesso. Vantaggio del Catania: palla bloccata da Andujar, che la offre a Barrientos, il quale dopo aver chiuso la copertura difensiva, la richiede al suo portiere; chiede palla a Bergessio per un triangolo a metà campo: due tocchi col sinistro, alza la testa, pallone a scavalcare sull’uscita maldestra della difesa genoana: Gomez la stoppa, la appoggia a Bergessio, che con un tocco di prima batte Frey. 0-1. Il secondo gol, invece, è una lezione di contropiede. La lavagna della ripartenza recita una formula: condurre palla finchè la difesa si stringe, e solo in quel momento si passa la sfera all’esterno che si propone. Izco prende un 10 senza aver copiato. Barrientos segna, e lo registra sul libretto.

Fronte Genoa: gli errori sono i medesimi da inizio stagione. È un assetto che può giocare soltanto in una maniera: la squadra non ha le caratteristiche tecniche per procedere a una circolazione palla a terra. Per cui lancio lungo alla punta che si appoggia sul giocatore che effettivamente serve al Genoa. Quello che riceve la sponda e possiede il piede per andare di prima sulle corsie, o sul taglio della seconda punta. Matuzalem ha le caratteristiche per farlo. Un suo posizionamento da trequartista ne favorirebbe l’esecuzione. Inoltre manca il difensore che possiede i metri per cercare Borriello: Manfredini e Granqvist sono buoni marcatori, ma poco manovratori. Manfredini è bravo palla a terra, ma in un concetto di appoggio, e non di impostazione. Ultimo capitolo: Immobile. Si muove benissimo, ma non da attaccante. Fa sempre il movimento a uscire e mai ad entrare. È l’ausilio impeccabile per le corsie, ma così si preclude la visione della porta e non ha la possibilità di risultare un cannoniere. Non è un problema di coesistenza con Borriello. Deve essere persuaso a giocare negli ultimi 15 metri, perchè ha qualità e gran temperamento. Gli serve un allenamento: quello della percezione dell’area.

Finisce 0-2. Gigi Del Neri saluta. Scocca l’ora di Ballardini. Di nuovo.