Zeman, per il senso del viaggio: viaggiare

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Nell’Ottocento, su iniziativa degli inglesi, si iniziò a concepire l’idea della ” cosa in quanto cosa”.

Gli uomini cosiddetti dandy (da Huysmans a Wilde, con farciture interne che porterebbero ad elenchi eccessivi) elevarono l’estetica in senso morale. Il tentativo superficiale di uno scrigno profondissimo: ” Siamo perchè siamo “.

Ebbene, si scriveva Ottocento. Quella fu l’epoca nella quale l’arte, ma non solo, si presentava come arte stessa.

Il significato che si celava, talvolta anche in maniera forzata dietro l’opera in oggetto, non era necessario. O meglio, rischiava di fuorviare da ciò che era importante cogliere: se un quadro si presentava come bello, non poteva essere nient’altro.

Era bello! Punto. La pennellata autentica della tela. Come se non si fosse detto abbastanza.

Spesso si finisce col confondere ciò che effettivamente è il senso di quello che facciamo. Giocare ha come fine il giocare. Provate a pensare se le parole nascondessero chissà quale finalità all’apparenza poco immediate: ne risulterebbe una confusione totale. Eh no! ” Beviamo”, affinché si prenda un bel calice in mano.

Zdenek Zeman sfiora la definizione. Un insegnante di quello che insegna. Colpisce l’essenza del calcio, che letteralmente è ” calciare”: segnare, correre, emozionare, divertire, impressionare. Non ha cercato altro nella sua carriera da allenatore, fuorchè una linea che potesse esplicare al meglio il senso del pallone.

Il sogno, che non significa visione ‘ favellata ‘, ma disincanto capace di allargare i confini del reale, possiede un presupposto. Vero, imprescindibile. È, tra tutte le cose, quella che maggiormente prevede l’attesa. Perchè è più grande, e come tale, difficile da contenere in un tempo limitato. La Roma di Zeman è durata sei mesi. Con fiumi di gol fatti e subiti.

La partita interna col Cagliari ne ha segnato una fine già nell’aria. Sabatini annuncia qualche giorno prima che la società sta pensando ad un esonero di Zeman. Successivamente pace fatta. Due giorni dopo l’esonero. La valutazione è oggettiva, come l’opera è bella o brutta al di là del gusto. Il senso soggettivo, poi, ti farà percepire un maggior o minor fascino. Ma la definizione resta immutata: la fiducia era cessata prima dell’incontro con i sardi. Zeman “aveva sempre un solco lungo il viso come una specie di sorriso”. Sembrava il dipinto di Fabrizio De Andrè: quello sguardo autentico e solitario. Che non si privava dell’ironia e della generosità. Il cinico non desidera, ma legge la quantificazione: i trofei, i numeri. Già, non che il sognatore non lo voglia. Altrimenti torniamo alla figura visionaria del Don Chisciotte. Però cambia il modo di arrivarci. Nell’epoca nella quale conta solo il risultato, al di là del percorso, è un concetto di difficile accettazione. Eppure, è il più sostanzioso. Sia nel caso di fallimento, sia nel caso di successo, esso si esprime in maniera totale.

È stata grandiosa la Roma che ha spazzato via il Milan all’Olimpico. Fantastica quella che ha battuto la Fiorentina. Spietata quella che ha soppiantato il Palermo. Si è vista anche la squadra poco concentrata perdere in rimonta contro Udinese e Bologna; farsi seppellire dalla Juventus, ed entrare nell’orbita della confusione contro il Cagliari.

34 punti, settimo posto. Bilancio negativo, nel breve termine. Magari lo sarebbe stato anche nel lungo. Però si sono visti uomini che sono diventati calciatori. Da Lamela all’eterno Totti. Con un insegnamento, che da appassionato porto nel cuore: “Sul campo chi si impegna, andate e divertitevi”. Finora, frasi fatte. Ora, per la prima volta, divenute carne.