Lavagna tattica: Fiorentina – Juventus 4-2

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L’occhio cade sempre laddove vi è la sottolineatura. E stavolta, la striscia gialla della domenica, appare a Firenze. C’è in ballo Fiorentina Juventus, una partita che al di là della rivalità, diventa fondamentale ai fini della classifica. La viola, se non vince, inizia a cercare nello zaino il binocolo: la zona Champions si farebbe un po’ troppo distante, anche se siamo solo alla prima curva. La Juve non può perdere il passo del podio: i tre punti sul dizionario significano passo rilevante. C’è il dubbio del modulo, la strategia numerica che appassiona non solo i matematici. Quella maniera di porsi in campo che ne fa il marchio distintivo. 3-5-1-1 la viola, con Aquilani che gira dietro a una punta che di fatto punta non è: Giuseppe Rossi. Ne deriva una funzione priva di codominio: come si attacca la profondità senza riferimenti? Gli inserimenti sono la risposta “a”: imprevedibilità non sempre ordinata. 3-5-2, invece, per la Juventus.

Vidal in panchina per scherzi d’aeroporto, viene sostituito da Marchisio: maschera invisibile al carnevale di Venezia, si intravede soltanto per un’occasione: davanti a Neto, che gli respinge il tiro. Pogba è strutturalmente devastante: ha la gamba lunga che come una pinza prende tutto: accalappia i palloni lontani, controlla a meraviglia quelli vicini. Segna, di nuovo, anche se per errore difensivo avversario. Llorente gioca davanti, e tatticamente la sua miglior gara: è più al posto giusto delle precedenti apparizioni, con maggior fiato, e predisposizione difensiva. Certo, lui fa il centravanti: occasioni non ne arrivano, ma è un giocatore che la porta non se l’è mai dimenticata in carriera. Giudichiamo alla fine. Si gioca il primo tempo tra un giro palla e l’altro: si attacca solo la corsia Cuadrado-Asamoah: dall’altra parte c’è lo sciopero delle targhe; Padoin e Pasqual si leggono solo sul tabellone. La Juve riesce a sbloccarla con un rigore di Tevez. Poi Pogba, come già precedentemente accennato, trova il raddoppio. Il primo tempo, palleggiato e rallentato, termina con un risultato ipoteticamente in ghiaccio per lo staff di Antonio Conte.

Ora si dovrebbe andare alla solita retorica: che il pallone è magico perché imprevedibile, eccetera eccetera. La verità è che per quanto inimmaginabile sia, il tutto viene spiegato a rigor di logica: i giocatori che escono dal guscio e rompono gli schemi rappresentano il fattore differenziale. Nietzsche prende il microfono e ricorda che lo scopo dell’uomo è divenire ciò che si è: Matias Fernandez prende alla lettera il suggerimento e decide di svoltare la partita: accelerazione centrale improvvisa in area. Atterrato da Asamoah, l’arbitro fischia il rigore. Quelli sono i momenti nei quali la chirurgia calcistica viene a galla: cileno amabile nel palleggio, che combatte e conosce giocate accessibili ai pochi. Rossi calcia, gol. 1-2, partita riaperta. Riaperta? Riapertissima, col senno di poi. Giuseppe Rossi, ancora lui, calcia da fuori area: Buffon deve arrivarci, ma non risponde al dogma. Non potrebbe preoccupare un numero 1 del mondo, ma gli errori iniziano a sommarsi. Neanche il tempo di guardare l’orologio e arriva il 3-2. Joaquín osserva due cose prima di entrare in campo: l’avversario e lo stadio stracolmo. Nel suo inconscio il grillo gli grida che la partita ha un profumo simile alla Champions. Lui, giocatore da grande partite, segna il gol del vantaggio. La torta è già uscita dal forno, ma manca la ciliegina…

E allora Rossi, che si ricorda bene i proverbi, sa che non c’è due senza tre. Contropiede di Cuadrado, non ancora al meglio, ma strappa metri di corsa con la galoppata di Hidalgo: serve Rossi, che di prima ammazza la Juventus. 4-2. C’è da chiedersi se la Juve di un anno fa avrebbe perso questa partita: ci si ricorda di un Conte che strillava dal primo all’ultimo minuto; una squadra ferita con straordinario orgoglio e voluntas di rivalsa. Oggi, appare un team con un po’ meno di adrenalina: conosce la sua forza oggettiva che è maggior rispetto a tutte le altre del campionato, ma forse non ancora matura per reggerne la consapevolezza. Se la partita della svolta, per entrambe, questo, come sempre, ce lo dirà solo il prato verde.