Riccò, rivelazioni shock nell’autobiografia: “stavo per suicidarmi, non so più chi sono”

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Negli ultimi anni, Riccardo Riccò è stato investito da scandali in successione riguardanti il doping e la sua predisposizione alla “positività” che lo ha portato a ricevere una lunghissima squalifica fino al 2024 (che, sostanzialmente, ha messo anticipatamente fine alle sue velleità di ritorno in sella). Proprio in questi giorni Riccò ha deciso di pubblicare la sua autobiografia, per confessarsi e far conoscere lati di sé mai esplorati prima.

In Funerale In Giallo, libro scritto in collaborazione con il giornalista Salvatore Lombardo che è già uscito in Francia e di cui La Gazzetta Dello Sport ha pubblicato qualche stralcio, Riccò racconta molti aneddoti della sua giovane vita. In particolare uno sembra “emozionare” e coinvolgere più degli altri: quello riguardante il tentato suicidio. “La passo dalla mano destra alla sinistra… E’ una Carl Walther calibro 7,65. Con sei pallottole nel caricatore. 

Riccò desiste ma i tormenti non vanno via. E l’ex ciclista ripensa all’idolo della sua infanzia, Marco Pantani“Le vittorie incredibili di Marco sono una rivelazione, e divento uno scalatore”. Parte da lì il sogno di diventare l’erede del Pirata. Un sogno che non si realizzerà mai, ma che era partito da radici di buoni propositi, puri e senza imbrogli: “Sono un chierichetto. Tutti i ragazzi intorno a me sembrano dei caccia aerei”. Poi però arriva il momento del doping: “Decido di fare come gli altri. Ma con moderazione. Ed è immediatamente un altro mondo”

Arriva anche il momento del racconto, con dettagli, della trasfusione di sangue che gli è costata la fine della carriera: “Apro il frigo, prendo la sacca di sangue rinforzata di ferritina e mi allungo per farmi la trasfusione come mi hanno spiegato”. E poi, la chiusura di chi sa di aver sbagliato. E di essersi rovinato la vita: “Non so più chi sono. Un dopato. Un recluso. Un bugiardo. Un uomo. Un bambino. Un escluso”.

Riccardo Riccò riguarda al suo passato e, con lo sguardo indietro, si sente un uomo perso. E la memoria di quel futuro Pantani che poteva far tornare agli antichi fasti il nostro ciclismo sembra essere svanita per sempre.