Carlos Roa: il calcio, i Mondiali, la religione e un dramma sfiorato

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Strana storia quella di Carlos Roa, uno dei migliori portieri del panorama calcistico degli anni ’90, estremo difensore dell’Argentina a Francia’98 che ha vissuto non poche vicissitudini anche extracalcistiche lungo il corso della sua vita: dalla religione che per un certo periodo lo persuase a lasciare il calcio giocato fino ad un cancro ai testicoli che di fatto mise fine alla sua carriera ad alti livelli, prima di sconfiggere la malattia e tornare in attività in patria.

DA ATTACCANTE A PORTIERE – Carlos Roa nacque a Santa Fe il 15 agosto del 1969 e cominciò a giocare nel prestigioso Racing Club de Avellaneda, squadra che da pochi giorni annovera tra le proprie fila el Principe Diego Milito. Torniamo indietro al passato di Roa, che dal 1988 al 1993 resta a La Academia totalizzando 109 presenze, prima di passare al Lanus e diventare compagno di squadra di Nestor Fabbri e Gerardo “El Tata” Martino, oltre che di un giovanissimo Ariel Ibagaza, oggi 37enne trequartista dell’Olympiakos. Piccola curiosità: Carlos Roa agli albori della sua lunga avventura calcistica iniziò a giocare in attacco nel Gimnasia Ciudadela, venendo indirizzato tra i pali dai suoi allenatori delle giovanili che evidentemente ci avevano visto giusto.

IL GOL A CHILAVERT – Sarà la salute però il suo più grande avversario: detto del tumore ai testicoli che si manifesterà alla fine della carriera, da giovane il portiere argentino contrae invece una forma di malaria in occasione di una tournée estiva in Congo all’ultimo anno di militanza al Racing. Addirittura si teme per la sua vita, ma alla fine Roa riesce a tornare in campo più forte di prima, tanto da approdare qualche anno dopo in Europa al Maiorca, dopo che con El Granate alza al cielo una Copa CONMEBOL, torneo istituito in Sud America dal 1992 al 1999 ed equiparabile per certi versi alla vecchia Coppa UEFA nostrana. Giunge per Carlos Roa anche la prima delle 16 chiamate complessive nella Nazionale argentina oltre che la soddisfazione di segnare su calcio di rigore al suo più illustre collega Josè Luis Chilavert, già implacabile marcatore ai tempi e certamente passato alla storia come il portiere-goleador più famoso di tutti i tempi assieme al brasiliano Rogerio Ceni.

IL MAIORCA E I MONDIALI ’98 -Nel 1997/1998 un certo Hector Cuper che vedremo passare con ben poca fortuna non molto tempo dopo in Serie A si accorge delle qualità di Carlos Roa e lo porta nella Liga, precisamente nell’arcipelago delle Baleari. E’ infatti il Maiorca ad assicurarsi Roa, e la prima stagione è da incorniciare: il portierone aiuta la sua squadra ad approdare in finale di Coppa del Re contro il Barcellona dei vari Guardiola, Luis Enrique, de la Peña, Rivaldo, Sonny Anderson, Figo, Vitor Baia, papà Busquets, Stoichkov e Juan Antonio Pizzi. Allenatore Louis Van Gaal, vice Josè Mourinho, assistente André Villas Boas, direttore tecnico sir Bobby Robson. Alla compagine isolana restano solo gli applausi, per Roa c’è però la convocazione ai Mondiali di Francia ’98 dove nella fase a gironi mantiene inviolata la propria porta salvo subire due soli gol, ma pesantissimi, contro l’Olanda ai quarti di finale. A Marsiglia il maiorchino non può nulla contro i sigilli di Patrick Kluivert e Dennis Bergkamp, mentre qualche giorno prima agli ottavi di finale per la verità di palloni nella propria porta ne raccoglie altri due contro l’Inghilterra: uno è quello famoso calciato da un giovanissimo Michael Owen e che farà conoscere al mondo intero l’estro del talento inglese. Ai rigori però la spunterà la Seleccion, con Carlos Roa decisivo nel parare il penalty di David Batty. Ma l’avventura albiceleste finirà al turno successivo.

IL RITIRO SPIRITUALE – Roa intanto conquista l’anno dopo la Supercoppa Spagnola sempre col Maiorca, ma perderà un’altra finale, quella della Coppa delle Coppe contro la Lazio, l’ultima prima dell’abolizione del trofeo nel 1999. A titolo personale vincerà invece il Trofeo Zamora, assegnato al portiere meno battuto della Liga. Poi come un fulmine a ciel sereno ci sarà l’improvviso ritiro dal calcio giocato, proprio quando squadroni del calibro di Manchester United ed Arsenal bussano alle porte del Maiorca per comprarlo a suon di offerte miliardarie. Roa però mette la fede al primo posto ed annuncia di prendersi un periodo di riflessione dall’attività agonistica, nel corso del quale si dedica ad opere di volontariato per la Chiesa Avventista del Settimo GiornoIl giocatore è sempre stato molto religioso, come da prassi in Sud America dove Dio ha un posto speciale in ogni famiglia. E Roa, soprannominato “Lechuga”, Lattuga, per le sue abitudini alimentari prettamente vegetariane, se ne va in buen retiro in Messico a meditare e a fare del bene al prossimo ed agli animali. Si distinguerà in particolar modo per accudire piccoli roditori feriti e per la coltivazione dei campi. Il mondo non lo capisce, la famiglia e la moglie nemmeno probabilmente, ma gli restano vicino. Dopo un solo anno però Roa torna in gioco, più preparato mentalmente, anche se per motivi di fede imporrà a se stesso ed a chi vorrà contrattualizzarlo di non fargli giocare le partite del sabato, giorno sacro da dedicare a digiuno e preghiera.

LA MALATTIA E LA RINASCITA – Scaduto il contratto con il Maiorca nel 2002, Carlos Roa effettua un provino per l’Arsenal che già era nelle mani dell’eterno Arsene Wenger, non potendo però firmare con i Gunners per via del suo status da extracomunitario. In Nazionale invece perde il posto a favore di Leo Franco, che ne ederita il posto proprio al Maiorca e successivamente andrà all’Atletico Madrid. Roa si accasa da svincolato all’Albacete, in Segunda Division, trascorrendo un triennio sostanzialmente tranquillo, ormai al tramonto di una bella e soddisfacente carriera, prima di dover fare improvvisamente i conti con un cancro ai testicoli. Dopo un anno faticosissimo fra chemioterapie e riabilitazione, Carlos Roa ritorna ancora una volta aiutato dal suo spirito incrollabile, sostenuto da fede e famiglia, e a fine 2005 ricomincia con gli spagnoli del Constancia de Inca, squadra di terza divisione, mentre poco dopo giungerà l’importante chiamata degli argentini dell’Olimpo de Bahia Blanca, dove trascorrerà una sola stagione con 27 presenze prima di smettere definitivamente nell’estate del 2006. Passa un altro anno di pausa a godersi famiglia ed amici, poi rientra nel mondo del pallone assumendo il ruolo di allenatore dei portieri al Club Atletico Browndi San Vicente, mentre nel 2010 entra a far parte nello staff tecnico del Ben Hur di Rafaela, che milita nelle serie minori argentine. E per tutti ormai Carlos Roa è diventato il portiere-predicatore, portatore della buona novella e che decise di seguire l’esempio ascetico di illustri predecessori quali Andra Silenzi, Claudio Taffarel, dell’ex Pescara Silas o dell’ex Lazio Amarildo, che regalava una Bibbia agli avversari prima di ogni partita.