Yacine Brahimi, il ‘tacco di Allah’ 2.0

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Quasi trent’anni dopo Madjer, Brahimi omaggia il suo connazionale

Non sguazzava ancora nella placenta del ventre di sua madre, Yacine Brahimi, quando nel maggio 1987 il suo connazionale Rabah Madjer sfidava il Bayern di Rummenigge, Matthaus, Brehme e Pfaff in una finale di Coppa dei Campioni sulla carta senza storia. Il Prater di Vienna fu però la cornice ideale di un colpo di scena e anche di tacco, quello che proprio l’attaccante algerino mise a segno al minuto 77, facendo così iniziare la rimonta dei portoghesi che, grazie a un gol del brasiliano Juary dopo altri 3 giri di lancette, si sarebbero imposti vincendo il loro primo grande trofeo europeo di sempre. La stampa ribattezzò immediatamente quel gran gesto come ‘Il tacco di Allah’, esaltando la fede musulmana del numero 8 biancoazzurro. In molti paesi da quella sera un colpo di tacco andato in gol prese proprio il nome di ‘Madjer’, che in quell’occasione ebbe una doppia vendetta: cinque anni prima, infatti, la sua Algeria fu cacciata dal mondiale di Spagna dopo un amarissimo biscotto preparato da Germania e Austria che, dopo aver inscenato una pantomima senza precedenti, chiusero sullo 0 a 0 per passare entrambe alla seconda fase a discapito dei magrebini. Il ‘tacco di Allah’ fu la punizione divina contro i tedeschi in quel di Vienna, un’esplosione di gioia tripla per un Madjer fresco campione d’Europa.

Brahimi, la fede incontrastata

Ieri sera, allo stadio do Dragao, Brahimi ha pensato bene di omaggiare il suo connazionale con un gol molto simile, seppur il contesto fosse ben differente. La goleada al Leicester che significa il passaggio agli ottavi di Champions è stata suggellata dal suo colpo di tacco che valeva il gol del momentaneo 3 a 0. Ancora una volta un algerino che veste la maglia numero 8 del Porto spingeva la palla in gol con la parte inferiore del piede, che per molti è un tallone d’Achille mentre per altri è un’arma in più. Il ‘tacco di Allah’ 2.0 ha la stessa incrollabile fede di chi è nato ad Algeri, benché sia cresciuto nelle difficili banlieue parigine, dove calcio e Islam sono il pane quotidiano. L’abilità di Brahimi nel dribbling e nel sorprendere gli avversari con movimenti repentini è figlia del calcio di strada algerino, dove l’improvvisazione e il talento, seppur spurio, contano più della preparazione tattica. Il luogo di nascita non conta, perché seppur sia nato a Parigi, il numero 8 del Porto ha dentro di sé i colpi di genio e di tacco del Maghreb.

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Classe 1983. Irrimediabilmente curioso e nomade incallito, scrive per Il Mattino, SoFoot, Revista Libero, Undici e El Gráfico. Da Buenos Aires a Napoli passando per Parigi e Barcellona