I ‘Milioni’ di Tevez e Oscar, due storie diverse di richiamo dell’estremo Oriente

Cina – Carlos Tevez e Oscar sono due facce opposte del pallone ad occhi a mandorla.

La prima volta che un uomo dalle sembianze europee percorse la Via della Seta per arrivare fino alla corte di Kubilai Khan si trattava di un mercante veneziano. Oggi, invece, sono i calciatori occidentali a recarsi, rigorosamente via aereo, nell’estremo Oriente, per rimpinguare i loro conti correnti prima di attaccare definitivamente le scarpette al chiodo. I vari Pellé, Lavezzi e compagnia, tutti ormai oltre la trentina, non fanno neanche più notizia, perché si sono automaticamente esclusi dalle competizioni di alto livello, in parte consapevoli di non poter più dare molto, in parte desiderosi di far vivere di rendita le cinque generazioni a loro carico.

In questi giorni però due trasferimenti hanno fatto scalpore. Del resto guadagnare 80 euro al minuto è un po’ il sogno di tutti, a maggior ragione se si tratta di un professionista non più giovanissimo che cerca un vitalizio dopo essere uscito dalla miseria con rabbia fin da adolescente. Diverso è invece quando, a soli 25 anni, decidi di abbandonare il calcio che conta dimostrando di non sentire più la voglia di lottare nel cuore e nelle gambe, preferendo invece uno stipendio da nababbo facile da incassare senza quasi sudare, in un emisfero dove il pallone è business ma non ancora sport e sangue. Carlos Tevez e Oscar sono due facce opposte del pallone ad occhi a mandorla.

Tevez e Oscar, necessità vs arrendevolezza

Checché ne dicano i puristi che etichettano ormai da oltre un decennio l’Apache come il ‘campione del popolo’, per tutti arriva il momento di fare i conti con l’età. Tevez, alla soglia dei 33 anni, ha pensato bene di garantire un futuro tranquillo a sé stesso e ai suoi discendenti, ma lo ha fatto dopo aver difeso nuovamente i colori che ha amato, ossia quelli del Boca Juniors. Il suo ritorno in Argentina dopo aver sfiorato la Champions League con la Juventus è stato una ventata di romanticismo e amore in un calcio asettico e senza più ideali.Indi per cui la sua partenza per l’estremo Oriente non deve far scalpore, anche perché Carlitos non è certo l’apripista ipocrita di questo fenomeno ormai diffusissimo. Oscar invece, quest’anno ha visto pochissimo il campo agli ordini di Antonio Conte, uno che sull’erba preferisce gli operai agli artisti.

Il brasiliano era praticamente relegato al ruolo di riserva dal mese di ottobre, con alcune mancate convocazioni alternate a un periodo di malattia che hanno accelerato il suo malessere psicologico. E così, mentre i suoi compagni di squadra inanellavano una serie di dodici vittorie nelle quali lui sommava appena 35 minuti, per il brasiliano la panchina si faceva sempre più calda e le gambe prendevano freddo. Inevitabile pensare di approfittare della finestra di mercato invernale per togliere le tende. In Cina non hanno paura della cupidigia dei calciatori. Anzi, fanno leva sulla stessa per attirarli nel campionato più artificiale e plastificato del pianeta, dove a breve per concludere novanta minuti senza collassare toccherà indossare una mascherina.

Giocare, non competere

Il caso di Oscar crea quindi un precedente, sfatando il mito del calciatore di livello mondiale che accetta la Cina solo a fine carriera. Il trequartista brasiliano ha scelto di giocare, perché lì nessuno gli toglierà il posto, ma non riuscirà sicuramente a competere. Perché il calcio si sta sì globalizzando, trattandosi di un prodotto commerciale aperto a tutti, ed è anche giusto che venga gradualmente diffuso ad alti livelli in tutti gli angoli del globo. ll brasiliano, classica mezzapunta, ha visto pochissimo il campo agli ordini di Antonio Conte, uno che sull’erba preferisce gli operai agli artisti. Relegato al ruolo di riserva dal mese di ottobre, con alcune mancate convocazioni alternate a un periodo di malattia che hanno accelerato il suo malessere psicologico. E così, mentre i suoi compagni di squadra inanellavano una serie di dodici vittorie nelle quali lui sommava appena 35 minuti, per Oscar la panchina si faceva sempre più calda e le gambe prendevano freddo. Inevitabile pensare di approfittare della finestra di mercato invernale per togliere le tende. Ma, dopo un inizio di stagione non brillante, sembrava difficile trovare un nuovo club disposto ad accontentare anche le sue richieste economiche.

Non paragoniamo, quindi, il caso della mezzapunta ex Chelsea con quello dell’attaccante argentino. Il primo ha fatto chiaramente una scelta comoda e di convenienza, mentre il secondo raccoglierà invece i frutti di una vita sacrificata fin dai primi mesi. Quel che è certo è che nel momento in cui Oscar scenderà in campo sotto una grigia patina di nuvole impenetrabili per lavorare come un automa e non divertirsi come un ragazzino, si renderà probabilmente conto che è scappato troppo in fretta dal calcio che conta, e forse anche un po’ codardo.

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Classe 1983. Irrimediabilmente curioso e nomade incallito, scrive per Il Mattino, SoFoot, Revista Libero, Undici e El Gráfico. Da Buenos Aires a Napoli passando per Parigi e Barcellona