Tennis, Djokovic risponde alle critiche

Crisi Djokovic – Novak Djokovic risponde a chi parla di crisi dopo il tormentato finale di 2016. Il serbo è carico come non mai per il 2017.

NOLE HA ANCORA FAME

Parlare di crisi quando un giocatore vince 65 partite su 74 e porta a casa due prove dello Slam è a tutti gli effetti cosa da folli. Ma la parabola negativa del Djokovic di fine 2016 ha destato più di qualche preoccupazione sul futuro del serbo. La risposta è arrivata pronta dal diretto interessato: crisi è una parola che nel suo vocabolario non esiste.

Non è stato un anno di insuccessi, e io non sono in crisi. Nella mia mente, la parola fallimento non è concepita. La mia filosofia è di capire quello che è successo, dove ho sbagliato e trovare le soluzioni per fare meglio. Ho imparato molto dalle ultime sconfitte, perché poi mi sono seduto a un tavolo, ho scavato in profondità dentro me stesso e mi sono raffigurato tutto quanto serve per andare oltre. Non credo esistano limiti, nello sport e nella vita in generale: bisogna spingere per provare a sorpassarli.

In molti hanno discusso sulle sue motivazioni. La fine di un’ossessione chiamata Rolan Garros, una famiglia che reclama sempre più tempo e spazio. Anche in questo caso, Djokovic ha spazzato via ogni dubbio.

Mi piaceva il motto “Resta affamato”, mi ci rispecchio ancora, ma adesso la fame è il modo in cui sento e capisco quanto lontano possono portarmi le mie capacità.

RITORNO ALLE ORIGINI

Dopo la separazione da Boris Becker, Djokovic è tornato a farsi seguire da Dusan Vemic, già collaboratore tecnico nel biennio 2011-2013 e ora promosso al ruolo di vice dello storico coach Marian Vajda.

Lo conosco da quando abbiamo cinque anni, siamo cresciuti nello stesso circolo, da ragazzino era il numero uno di Serbia e mi ha sempre trattato con rispetto. Si è costruito una buona carriera da giocatore, poi ha avuto esperienze importanti come allenatore, abbiamo già lavorato insieme e conosce i miei metodi. Soprattutto, va d’accordo con Marian e questa è la cosa più importante.

Djokovic ha sottolineato anche l’importanza di avere un team al seguito, soprattutto quando c’è da confrontarsi sulla partita appena terminata o su quella che verrà.

Connors, McEnroe non avevano allenatori e stavano bene così, io invece ho bisogno di confrontarmi a fine partita, ho bisogno di qualcuno con cui scambiare idee, qualcuno che possa ampliare le mie prospettive.