Storia e opere di Jorge Sampaoli

Stefano Borghi racconta il Siviglia di Jorge Sampaoli: storia di una vita vissuta guardando dall’alto.

Il Siviglia è la sorpresa di questa Liga? Direi di sì, o almeno una delle tante sorprese che il miglior campionato del mondo ci regala in ogni weekend. Chi però non deve essere considerato solo una sorpresa è il suo tecnico, Jorge Sampaoli. Semplicemente perché in carriera ha sempre fatto così: ovunque è andato, è arrivato con le idee molto chiare e le ha messe in atto, superando ogni limite e sconvolgendo qualsiasi ordine precostituito. Forse per quella propensione a guardare le cose dall’alto, cosa curiosa per uno che ha come soprannome “El hombrecito”, l’ometto. Una propensione diventata immagine iconica con quella fotografia del 1996, che lo ritrae arrampicato su di un albero per seguire la sua squadretta, il Belgrano di Arequito. Lì cominciò tutto, perché il giorno dopo la foto uscì sul quotidiano La Capitàl di Rosario, inducendo l’allora presidente del Newell’s Old Boys a metterlo sotto contratto e ad affidargli una delle squadre-satellite della gloriosa Lepra. È passata una quindicina d’anni da quella foto al momento in cui il mondo si è accorto davvero di Jorge Sampaoli, anche se nel frattempo aveva già fatto la storia del calcio ecuadoriano, quando nel Giugno del 2010 riuscì a far eleggere il suo Emelec “miglior squadra mondiale del mese” dal celebre IFFHS (Istituto di Storia e Statistica del Calcio), cosa mai riuscita prima ad un club d’Ecuador. Neanche alla grande LDU di Quito del Patòn Bauza.

1996, Sampaoli e la famosa foto sull’albero che ha avviato la sua carriera

L’anno successivo ha cominciato con i trofei, e per vincerli ha scelto il Cile. O meglio, si è fatto scegliere dall’Universidad de Chile. Sempre allo stesso modo: studio, valuto e agisco senza mezzi termini. Nel Dicembre del 2010, la “U” aveva deciso di darsi una svolta per arrivare a vincere il primo trofeo internazionale della propria storia. L’uomo eletto era niente meno che Diego Pablo Simeone. Almeno finché in sede non si presentò Sampaoli, snocciolando una conoscenza sorprendente di tutti i tesserati dell’Universidad de Chile dai sedici anni in su. Poco dopo firmò il contratto. E un anno dopo le foto sulle pagine dei giornali di tutto il continente lo ritraevano con in mano la Copa Sudamericana, conquistata senza perdere nemmeno una partita. Altra cosa mai successa prima.

L’uomo delle prime volte

Così come non era mai successo che la Nazionale cilena vincesse una Copa America. Lì ci ha messo un po’ di più, due anni e mezzo per la precisione. Tempo in cui, partendo dal lavoro impostato dal suo grande punto di riferimento Marcelo Bielsa, ha plasmato una delle Nazionali più avanguardiste e più belle degli ultimi anni. E le ha regalato la coppa più desiderata dal popolo cileno. Due verrebbe da dire, perché la seconda – pur senza di lui in panchina – è stata una diretta conseguenza del suo lavoro. Non c’era nella Copa America Centenario perché aveva deciso che il tempo era maturo per la grande missione: l’Europa. Lo ha deciso dopo un lunghissimo tour fra campi d’allenamento, stadi e uffici dirigenziali. E’ stato in Germania a vedere Guardiola, in Spagna ad ammirare il Clàsico, in Italia per capire se Roma potesse essere la città in cui diventare eterno a sua volta. Ma il suo posto era un altro: la Liga, il campionato dei colossi ma anche terra di rivoluzione come ci ha dimostrato chiaramente l’Atletico Madrid del Cholo.

La rivoluzione di Sampaoli è marchiata Siviglia, un club dove ha trovato una figura che non aveva mai avuto prima, ovvero un direttore sportivo come Monchi: uno che in quindici anni ha trasformato la società andalusa da club di seconda divisione sull’orlo della bancarotta a potenza continentale, con cinque Europa League in bacheca e casse floridissime grazie ad una serie impressionante di mirabili investimenti di mercato. Sampaoli e Monchi si sono presi subito, anche perché – come ha confessato il DS – dopo tre conquiste internazionali consecutive e l’addio a un tecnico totalizzante come Emery, il Siviglia poteva permettersi di rischiare.

Il folle volo dell’Hombrecito

Il primo rischio è stato quello di affidarsi a un allenatore sbarcato in Europa con un look piuttosto inconsueto, con l’etichetta stereotipata di “bielsista-integralista” e, soprattutto, accompagnato da parecchia diffidenza. Quella diffidenza che si può avere solo verso qualcosa che non si conosce. Sampaoli, come al solito, si è presentato parlando subito molto chiaramente e agendo in modo ancor più netto: il motto è “preferisco difendere un’idea che non un risultato”, il che non vuole dire andare all’attacco senza criterio. Vuol dire avere sviluppato delle convinzioni e una filosofia alla quale credere ciecamente. Tutti: lui per primo, ma anche la società e soprattutto i giocatori.

Dedalo e Icaro, Landon (1799)

Il secondo rischio, decisamente il più forte, è stato quello di costruirgli la squadra che voleva: una squadra apparentemente talmente folle da essere quasi utopica. Il Siviglia nella scorsa estate ha puntato sulla qualità di tantissimi fantasisti, persino Ganso, il prototipo del giocatore impossibile da impiantare in Europa. Cosa che peraltro sembra al momento dimostrata anche dai fatti, se non fosse che “al momento” è un’espressione pericolosissima quando si parla di questo progetto. Ma più che la fantasia, più che la qualità, il primo aspetto del calcio sampaoliano è l’organizzazione, intesa come codificazione dell’Idea, un’idea da imprimere nella mente e nelle gambe dei giocatori fondamentalmente attraverso due operazioni: spiegandogliela e convincendoli. E la cosa più incredibile che ci raccontano questo Siviglia e la carriera di Jorge Sampaoli è il fatto che all’Hombrecito questa cosa riesce sempre, per di più in tempi strettissimi. Farlo in Cile può essere considerata un’impresa. Farlo in pochi mesi anche in Europa, qualcosa di più. Una dimostrazione.

A proposito di dimostrazione, ecco alcuni esempi concreti: Stefan N’Zonzi, che con Sampaoli è entrato nel lotto dei centrocampisti più apprezzati d’Europa, Nasri che ci è tornato quando nessuno se lo aspettava, e Jovetic, che appena ha messo piede a Siviglia è stato decisivo segnando due gol in due partite consecutive contro il Real Madrid. Come Messi e Maradona. Il Siviglia è secondo nella classifica di Liga, stretto – ma neanche tanto – fra un Barça che preme e un Real che fino a due settimane fa sembrava imbattibile. Finché la serie di quaranta risultati utili consecutivi dei Blancos di Zidane (la più lunga nella storia del calcio spagnolo) non si è interrotta proprio nel calderone del Sanchez Pizjuan, uno stadio in cui ogni partita si apre con la liturgia del canto di un inno secondo, forse, solo a You’ll Never Walk Alone di Anfield. Si è interrotta contro una squadra che in cinque mesi è già diventata esattamente quello che il suo allenatore voleva che diventasse: un blocco ordinatissimo, qualitativo e trasformista. Una formazione che, se può scegliere, ama accomodarsi su quel “3-3-3-1” tipicamente bielsista, ma che Sampaoli sta proponendo non con le piccole e schizofreniche frecce cilene, bensì con i pesi massimi necessari per vincere nel calcio europeo. Con gente come N’Zonzi, Rami, Pareja e Mercado. Giocatori che, sulla carta, non c’entravano nulla col calcio di Sampaoli.

Ma il Siviglia è soprattutto una squadra preparata per qualsiasi evenienza, che sa cambiare modulo all’improvviso e non dà alcun punto di riferimento: si può vedere Vazquez fare il “falso nueve” o il centrocampista puro, Nasri giocare sulla trequarti come sull’esterno o in mediana. Escudero e Mariano innalzare il concetto del ruolo di terzino, portandolo nelle zone di ali e mezze ali con una qualità impensabile prima dell’avvento del tecnico argentino. Il Siviglia è una squadra forte, organizzata (anche se per vincere in Europa deve trovare il modo di prendere qualche gol in meno) ma prima di tutto convintissima che questa sia la strada verso la gloria. Altrimenti non avrebbe conquistato la bellezza di tredici punti in campionato dall’ottantacinquesimo minuto in avanti.

Se poi il Siviglia sarà anche il nuovo Atletico, addirittura un “Atletico in bello” che nobiliterebbe al massimo il concetto di rivoluzione e metterebbe d’accordo chiunque, è ancora presto per dirlo perché siamo solo a metà strada. Però una cosa è chiara: con Jorge Sampaoli non c’è da sorprendersi, c’è semplicemente da divertirsi.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports (canale dedicato al calcio estero in esclusiva sul canale 204 della piattaforma Sky) è la voce della Liga spagnola e gli sembra un sogno ma ha anche fatto parte per otto anni del progetto Sportitalia, occupandosi di calcio a trecentosessanta gradi, sia del vecchio sia del nuovo mondo. Era la voce del calcio argentino, insieme a Daniele Adani. Nel 2013 ha scritto “SAN LORENZO DE ALMAGRO. La squadra del cuore di Papa Francesco”.