Il calcio tra razionalità ed istinto, intervista a Delio Rossi

Delio Rossi

Intervista a Delio Rossi. A soli 38 anni l’esordio in serie A poi il brusco arresto. Una carriera sempre in sospeso tra l’istinto e la razionalità

Predestinato della panchina, Delio Rossi si ritrova oggi come sospeso a metà tra il calcio “artigianale” dei suoi esordi e quello moderno, dove sembra contare più l’estetica che la sostanza. Letteralmente stregato dall’incontro con Zdenek Zeman – con cui condivide la passione per le sigarette e il 4-3-3 – è arrivato su una panchina di serie A a soli 38 anni, senza tuttavia mai riuscire ad approdare in un grande club. Schietto, sincero, razionale ed istintivo allo stesso tempo, non si è mai tirato indietro, pagando oltremodo colpe non sue. Una carriera in ascesa arrestatasi sul più bello per via di scelte apparentemente incomprensibili, fortemente volute da un tecnico tenace e caparbio che attende con ansia una nuova sfida. Di seguito il resoconto della nostra chiacchierata, in esclusiva per Contra-Ataque.it.

Partiamo da Bologna, ultima tappa della sua carriera di tecnico. In seguito alla sconfitta interna contro l’Inter, lei viene esonerato ma prima di andare via dichiara: “Questa squadra si salverà”, così come poi puntualmente avvenuto con l’arrivo in panchina di Roberto Donadoni. Cosa crede non abbia funzionato in quelle prime 10 giornate?

La società mi aveva chiamato a maggio dopo la sconfitta nello scontro diretto con il Frosinone, con pochissime chance di centrare la promozione diretta e qualcuna di agganciare il treno playoff. Dopo aver ottenuto la promozione in A – al termine di una finale thrilling con il Pescara di Oddo – e in accordo con la dirigenza, l’idea era quella di rinnovare il parco giocatori viste alcune situazioni particolari e le difficoltà riscontrate durante la stagione in B appena conclusa. Mi era stato prospettato un progetto a lungo termine, basato sulla permanenza  di quei  giocatori di prospettiva che si erano messi in mostra fin lì (Oikonomou e Masina su tutti). Una sfida stimolante e rischiosa allo stesso tempo, accettata di buon grado dal sottoscritto ma prima bisognava sfoltire la rosa con qualche cessione. Quando è arrivato il momento di partire per il ritiro precampionato tuttavia, diversi casi non erano stati risolti, qualcuno si era impuntato, rifiutandosi di andar via. Non è un caso che i rinforzi (Donsah, Giaccherini e Destro) fossero arrivati troppo tardi per presentarsi pronti per l’inizio della stagione, ma ero consapevole del valore della squadra e della bontà del lavoro svolto, convinto che sarebbe stata una questione di tempo. Quella della società fu una scelta che poteva starci assolutamente, anche se gli accordi stabiliti in sede di preparazione erano altri. Merito del nuovo allenatore è stato quello di tirare fuori il meglio dai ragazzi, i fatti mi hanno dato ragione in un certo senso.

Nell’arco di quelle prime dieci giornate di campionato, fa in tempo a lanciare il giovanissimo Amadou Diawara, autentica rivelazione stagionale, oggi perfettamente inserito nelle rotazioni di Maurizio Sarri a Napoli. Può dirci cosa ha intuito nelle qualità di questo giocatore?

A dire la verità, inizialmente Diawara era stato preso per giocare in Primavera, nell’ottica di un rinnovamento anche del settore giovanile. L’abbiamo portato con noi in ritiro e si vedeva che aveva personalità, voleva mettersi in mostra. Essendo molto giovane, non era ancora pronto né dal punto di vista fisico, né tecnico, ma aveva personalità, qualcosa di innato. Così l’ho buttato nella mischia,è stato bravo lui e sono contento di poter dire che anche in questo caso i fatti mi abbiano dato ragione.

A proposito di personalità, crede sia la caratteristica fondamentale che ancora manca a Mattia Destro, altro suo giocatore a Bologna. Fino a qualche anno fa, tutti credevano potesse rappresentare il futuro del calcio italiano, invece sembra essersi un po’ perso.

Destro ha fatto un percorso particolare, è esploso molto giovane e ha deciso di cimentarsi subito con un’esperienza in una grande squadra, dove ha fatto fatica. Come molti giocatori ha bisogno di sentirsi importante, coccolato, di giocare con continuità. Penso abbia bisogno del suo ambiente e credo che una piazza come Bologna rappresenti il meglio per lui, l’ho voluto io personalmente e lo reputo un giocatore importante che va aspettato nel suo percorso di crescita.

Torniamo indietro ai primi anni della sua carriera di allenatore. Quanto ha influito nella sua scelta, nel suo modo di intendere il calcio, l’incontro con Zdenek Zeman?

Essendo stato suo giocatore e tecnico della Primavera del Foggia ai tempi di Zemanlandia, andavo a vedere tutti i suoi allenamenti. C’è da dire che quello era un altro tipo di calcio, molto più “artigianale” in un certo senso, nessuno per esempio adottava la zona integrale. Mi sono ispirato a lui, ha avuto un forte ascendete su di me, è chiaro che con il passare del tempo ho cercato di metterci qualcosa di personale.

Delio Rossi e Zdenek Zeman si sono conosciuti a Foggia alla fine degli anni ’80. Il tecnico boemo ha influenzato l’idea di calcio di Rossi, certamente meno integralista del suo maestro.

A differenza di Zeman tuttavia, lei si è dimostrato meno integralista. Ha giocato con diversi moduli tattici, dal 4-3-3 al 4-3-1-2, dal 3-5-2 fino al 4-3-2-1. Pensa che ogni allenatore debba adattarsi ai giocatori a sua disposizione, o è tra quelli che sostengono il contrario?

Le cose stanno in questi termini secondo il mio modo di vedere: per quella che è la mia idea di calcio,preferirei giocare con il 4-3-3, però un allenatore lavora per una società e non per se stesso, ecco perché bisogna cercare di valorizzare al meglio il materiale a disposizione. Ognuno ha i suoi principi, ma credo che il sistema di gioco non debba prescindere dalle caratteristiche dei diversi giocatori.

Proprio come Zeman, lei è molto amato a Pescara, club in cui ha lasciato un ottimo ricordo nonostante i risultati. Inevitabile parlare della vicenda di cronaca che ha visto protagonista il presidente Sebastiani, le cui auto sono state date alle fiamme in segno di protesta per il negativo rendimento della squadra, ultima in campionato. Qual è il suo parere in merito?

Pur non conoscendo in maniera approfondita la situazione, credo tutto sia riconducibile alle frange più estreme della tifoseria. Ho una mia idea in merito. Queste cose oggi capitano a Pescara, ieri a Trapani, domani da qualche altra parte, il problema è questi personaggi sono a noti alle società e alle forze dell’ordine. Se è uno è un delinquente allo stadio, non può non esserlo nella vita comune. Non è un mistero che esista un rapporto di connivenza, con molte società che per quieto vivere chiudono un occhio, così come anche le forze dell’ordine che preferiscono tenere a bada questa gente all’interno di uno stadio piuttosto che lasciarli liberi di scorrazzare all’esterno. Vedo molta ipocrisia in tutto questo.

Torniamo al calcio giocato. Nella primavera del 2009 guida la Lazio alla conquista della Coppa Italia, probabilmente il punto più alto della sua carriera da allenatore. Dopo quel successo si aspettava la chiamata da parte di una grande squadra? Credeva in qualche modo di meritarla?

Non ho mai fatto delle cose pensando di dover arrivare a farne delle altre. Ho cercato sempre di allenare svolgendo al meglio il mio lavoro, cercando di valorizzare i giocatori che avevo a disposizione e di fare gli interessi della società. Tutto il resto credo venga di conseguenza. Sono una persona razionale, nonostante diverse volte abbia agito d’impulso, ecco perché non ho mai visto come un’ossessione il fatto di arrivare ad allenare un grande club. Del resto le mie scelte sono lì a dimostrarlo, considerato che sono andato a Bologna dove avevo tutto da perdere, oppure a Bergamo in una situazione disperata. Dopo la Lazio arrivò il Palermo e l’ho sempre allenata pensando che fosse il Real Madrid, così come ho fatto in tutte le tappe della mia carriera.

A Palermo viene esonerato dopo un clamoroso 0-7 in casa per mano dell’Udinese, stessa cosa accaduta anche al Bologna nella gara con il Napoli. Quanto è difficile per una squadra ripartire dopo aver subito un passivo così pesante?

Perdere sempre 5-0 o 7-0 credo sia un problema, diversamente rispetto a eventi sporadici rappresentati da una partita in cui magari ti va tutto storto, subisci delle espulsioni, ti sbilanci per recuperare dopo aver subito due reti nel giro di pochi minuti come capitò a noi quel giorno. Anche al Sassuolo è capitato di perdere due volte per 7-0, eppure mi pare che in questi ultimi anni qualcosa di buono abbia fatto. Non credo che vincere o perdere 7-0 rappresenti un valore assoluto. Infatti a tre settimane dal mio esonero, mi hanno richiamato e siamo arrivati in Europa League, oltre che a giocarci la finale di Coppa Italia con l’Inter.

Capitolo Sampdoria. Dopo il suo arrivo, promuove stabilmente titolare un giovanissimo Icardi che nel girone di ritorno realizza 9 reti delle 10 complessive con cui concluderà la sua prima stagione in serie A. Cosa la spinse all’epoca a puntare su di lui?

Già prima di arrivare alla Samp aveva visto giocare Icardi nel derby d’andata con il Genoa (match in cui l’attuale centravanti nerazzurro realizzerà il suo primo gol in A) e devo dire che mi piacque molto, soprattutto per come interpretava il ruolo. Quando sono arrivato a Genova, lui viveva un situazione molto particolare perché arrivava dalla Spagna e doveva scegliere se giocare per la nazionale italiana, quella argentina o addirittura quella spagnola. Ricordo che arrivai poco prima della sosta natalizia e che stava per partire il Sub20 in Sudamerica, manifestazione alla quale Icardi voleva partecipare a tutti i costi. Cercai di fargli capire che se fosse rimasto in Italia, avrebbe avuto la possibilità di fare il titolare e mettersi in mostra in un torneo molto più importante, anche a livello di visibilità, ma lui fu irremovibile. Sta di fatto che, costretto dalla società o convinto dal suo entourage, decise di rientrare dopo Natale, segnando la doppietta alla Juventus che l’ha reso famoso e appetibile sul mercato. Fu un vero affare per la Sampdoria.

Il caso ha voluto che nelle ultime settimane si stia assistendo sempre più spesso a sostituzioni non condivise da parte dei giocatori, che puntualmente non perdono occasione per esternare il proprio disappunto nei confronti dell’allenatore. Fermo restando che casi di questo genere sono accaduti anche in passato, non crede si stia andando un po’ troppo oltre?

Non accettare una sostituzione la ritengo una mancanza di rispetto soprattutto nei confronti dei propri compagni di squadra, prima che del tecnico. Se decido di darti una maglia da titolare, vuol dire che ti ho mostrato fiducia, la stessa che non ho avuto nei confronti di chi è rimasto fuori pur essendosi allenato duramente. Di qui, la mancanza di rispetto verso i compagni. Tutto questo scaturisce per due motivazioni distinte ma allo stesso tempo collegate: l’esposizione mediatica fa sì che certi atteggiamenti abbiano una rilevanza maggiore rispetto al passato, e il fatto che ultimamente il calcio somigli sempre più a un’impresa individuale che a un gioco di squadra. Fino a qualche anno fa i giocatori restavano in una società per un lungo periodo, avendo più a cuore le sorti della stessa. Oggi invece devono fare bene, devono fare gol, quindi nel momento stesso in cui vengono sostituiti non comprendono le ragioni del cambio, volto evidentemente a correggere qualcosa a livello tattico. Ecco perché penso che situazioni di questo genere andrebbero risolte all’interno dello spogliatoio, piuttosto dall’allenatore o dalla società.

Nel corso degli anni Delio Rossi ha dimostrato di essere un uomo attaccato alle regole e ai principi, difesi ad ogni costo. Questo in qualche occasione l’ha portata ad assumere comportamenti discutibili, per i quali ha pagato forse ben oltre le sue effettive responsabilità. Si è mai pentito di qualcosa?

Se una persona viene giudicata sulla base di un singolo episodio, allora torniamo al discorso della superficialità. Facendo riferimento all’episodio con Ljajic per esempio, anche se il principio era giusto, avrei dovuto gestirlo in maniera diversa. Ripeto, sono una persona istintiva, ho chiesto scusa al giocatore, a tutto l’ambiente, perché l’effetto di quel gesto non era evidentemente quello corretto.

Crede di aver pagato più del dovuto quel gesto?

Non saprei. Dopo aver fatto una cosa, non si può tornare indietro e anche se ribadisco di credere ancora che fossi nel giusto, l’effetto era sbagliato. Sono abituato ad assumermi le mie responsabilità, non a piangermi addosso, quindi davvero non lo so.

Chi è il giocatore più forte che ha allenato?

Esistono diversi tipi di giocatori importanti, ma non esiste quello più forte. C’è il giocatore più importante per la squadra, quello più talentuoso, quello che fa la differenza. Il più talentuoso è stato Pastore, magari non è stato il più determinante per la squadra, però dal punto di vista tecnico è stato certamente lui.

Cosa fa Delio Rossi in questo periodo in cui non allena? Studia il calcio, si aggiorna, aspetta una chiamata importante? Si è scritto nei mesi scorsi fosse pronto a tornare in panchina, cosa c’è stato di vero?

Come tutti quelli che sono nella mia situazione, qualcosa c’è stato ma nulla di realmente concreto. Ho ancora voglia di allenare, però non vado a vedere una partita in particolare perché mi assocerebbero subito a una squadra o un’altra. Vedo calcio, studio calcio, in attesa di una chiamata, senza escludere la possibilità di andare all’estero, l’importante è che sia qualcosa che mi intrighi davvero.

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Nato nel '85, pugliese purosangue. Portalettere nella vita, mi piace assemblare (le lettere), scrivendo di calcio nei suoi risvolti più nascosti e raccontare le storie di chi fatica e suda lontano dalle luci dei riflettori. Maidirecalcio.com mi aiuta a immaginare ciò che poteva essere e non è stato, senza rimpianti.

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