Oggetti di culto. Episodio 05: Ernesto Javier Chevantón

ll termine culto deriva dal latino còlere che significa coltivare ma anche venerare, trattare con rispetto. Il termine culto nel mondo del calcio viene spesso accostato ai mostri sacri di questa disciplina, ma non qui. Qui, nel “contratempio”, l’idea di culto è in contropiede. In contropiede, rispetto ai tempi che corrono, è anche l’amore di Ernesto Javier Chevantón per Lecce e la sua squadra.

ALLA RICERCA DI UN CUORE

Dopo Cozza per l’inaugurazione, Cruz per il restyling del giardino, Frick nelle vesti di garante e Stam a fare da guardia, il contratempio è pronto a dotarsi di quell’organo che grazie ai suoi protagonisti batte all’impazzata nel petto dei visitatori: un cuore. Monaco, Siviglia e Atalanta sono solo alcune delle squadre con le quali Chevanton ha tentato di defibrillare quel cuore che lontano da Lecce soffriva maledettamente. Legare il suo nome ad una squadra che non sia il Lecce vorrebbe dire rischiare di donare al contratempio un cuore malandato che, fatto qualche chilometro, ci costringerebbe nuovamente a ricorrere a quelle lunghe e maledette liste d’attesa.

La storia calcistica di Chevantón, però, parte dalle giovanili della squadra più rappresentativa dell’intero Uruguay: il Danubio. Come per molte delle squadre sudamericane la storia del Danubio è legata a doppio filo al fenomeno dell’immigrazione. Siamo nel perido antecedente alla seconda guerra mondiale quando un gruppo di ragazzi comincia a divertirsi prendendo a calci quello che oggi faticheremo ad immaginare come un pallone. È un periodo nel quale con degli stracci arrotolati fra di loro ed un polveroso pezzo di terra a disposizione ci si divertiva a sfidare quei pochi pazzi che non ritenevano il calcio un inutile passatempo. La storia vuole che il nome Danubio nasca come conseguenza della volontà della madre di tale Lazaroff che, tra i protagonisti delle prime partite e di originie bulgara, volle rendere omaggio al fiume che scorre nella terra che le aveva dato i natali.

Più di 80 reti con i pari età valgono a Cheva il passaggio in prima squadra e la possibilità di farsi conoscere come uno dei talenti più cristallini di Uruguay. Le reti totali con la maglia del Danubio saranno 53 condite da un anno 2000 giocato alla velocità della luce. 33 goal e la paurosa media di una marcatura ogni 73 minuti.

Il Salento: lu sule, lu mare, lu ientu e Chevanton

Lecce è per Chevantón ciò che Chiara Ferragni è recentemente diventata per Fedez: l’amore di una vita. La scintilla scocca nell’estate del 2001 quando l’allora direttore del Lecce Pantaleo Corvino decide di puntare su una coppia di giovani calciatori uruguaiani per dare nuova linfa al progetto dei salentini. Dal Bella Vista, squadra di Montevideo, arriva Giacomazzi (altro pezzo di storia dei giallorossi) mentre dal Danubio sbarca proprio Chevantón. Avete presente la storia del periodo di adattamento al campionato italiano che funge da scusante per qualsiasi calciatore che nei primi mesi della nuova esperienza assume le sembianze di un brocco? Ebbene, per Cheva non c’è stato bisogno di tirarla fuori. L’esordio in serie A è il preludio a quello che sarà il passatempo preferito di Ernesto ovvero correre ad esultare sotto la curva Nord del Via del Mare.

Il goal, segnato a Sebastian Frey, sarà il primo degli 11 che Chevantón siglerà alla prima stagione in Italia e racchiude una delle essenze del giocatore estroso: l’astuzia. Per chi si aggira sui 170 cm, è stato dotato da madre natura di piedi buoni e di mestiere fa il fantasista la vita non è delle più semplici. Fare a sportellate con difensori dotati di più centimetri e conseguentemente di più chili rischia di essere controproducente. Portare fuori dall’area il difensore e sfidarlo nell’uno contro uno può rappresentare una soluzione ma lo è ancora di più essere in grado di sfruttare i tempi morti della partita e approfittare dei passaggi a vuoto degli avversari. Perfetta sintesi dello stato mentale del fantasista piccoletto è proprio il primo goal italiano di Chevantón.

Frey fa vivere a Chevantón un natale in anticipo. Da notare la “spalletta” con la quale Cheva sottrare il pallone dalla disponibilità di Frey prima di uccellarlo con un sinuoso pallonetto.

SCRIVERE LA STORIA

La prima stagione in maglia giallorossa si conclude con una amara retrocessione ma è proprio ciò che accade nel campionato di serie B che ci offre lo spunto per poter individuare quello che probabilmente è il primo tassello “chevantoniano” nella storia del Lecce. La cornice è il San Nicola e l’avversario si chiama Bari. È il minuto 86 quando Chevantón, ricevuto il pallone sul vertice destro dell’area di rigore, scarica sotto l’incrocio tutta la voglia di quella serie A che il Lecce andrà a riconquistare al termine della stagione vincendo per la prima volta nella sua storia il campionato di serie B.

Segnare in un derby un goal come quello siglato da Chevantón è motivo in grado di far si che un calciatore venga ricordato e omaggiato per il resto della sua vita e probabilmente anche oltre. Il rischio, però, è che si venga ricordati solo per quello perchè se da un lato è garanzia di intoccabilità dall’altro ti mette sulle spalle un peso non indifferente. Quel peso Chevantón lo ha saputo sopportare e, cosa più importante, portare con una certa classe. Scrivere la storia è un privilegio riservato a pochi. Scrivere la storia passando per un goal siglato direttamente da calcio d’angolo è riservato, invece, a pochissimi.

Se la stagione in serie B si è conclusa con 16 marcature quella successiva in serie A rappresenta probabilmente la più bella pennellata sul quadro della carriera di Chevantón. È un caldo pomeriggio di maggio quando il numero 19 si appresta a battere un calcio d’angolo mentre Abruzzese e Siviglia sgomitano in area di rigore alla ricerca di uno spiraglio per colpire il pallone di testa. Tutto vano. Chevantón decide che il sorpasso a Pasculli nella classifica all time dei cannonieri in serie A della squadra salentina deve avere un qualcosa di speciale. Frustata di destro e palla che, disegnando un arcobaleno, parte dalla bandierina e termina la sua corsa direttamente alle spalle del portiere della Reggina. Temperatura dello stadio abbondantemente oltre i 40 gradi e Javier Ernesto che aggiunge un altro tassello alla sua storia d’amore con il Lecce.

IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI

L’universale regola che vuole il primo amore come quello che ti rimane dentro a vita non può che trovare conferma in Chevanótn. La grande stagione a Lecce porta importanti club ad interessarsi all’uruguagio. A spuntarla è il Monaco che dopo due stagioni condite da 50 presenze e 20 goal lo spedisce in quel di Siviglia dove tra alti e bassi matura la decisione di tornare in Italia. L’Atalanta è il tramite. Lecce è l’obiettivo.

La possibilità di far comprendere ai suoi tifosi che nonostante 7 anni di lontananza nulla è cambiato Chevantón ce l’ha nella stagione 2010/2011. Il Lecce è praticamente condannato alla retrocessione ed oltre a vincere deve sperare in una flessione della Sampdoria, diretta concorrente nella lotta salvezza. Come per il goal che gli ha consentito di superare Pasculli il mese è nuovamente quello di maggio e lo scirocco che lo circonda rende il Via del Mare rovente. In serata si giocherà il derby di Genova e il Lecce è bloccato sull’1-1 contro il Napoli di Cavani. Chevantón aspetta paziente il suo turno e, qualche minuto dopo aver messo i piedi in campo, iscrive definitivamente il suo nome nella storia dei Lupi.

Il colpo di tacco con il quale Di Michele addomestica il pallone merita una stanza dedicata all’interno del contratempio ma quello che succede dopo ne oscura l’importanza. El Animal, visto il pallone rimbalzargli dinanzi, non ci pensa due volte a dimostrare ancora una volta la voglia di serie A del popolo salentino. De Sanctis non può far altro che arrendersi alla bellezza struggente di quanto accaduto e il Genoa, battendo la Sampdoria con un goal di Boselli al termine del sesto minuto di recupero, apre la strada al Lecce verso la più insperata delle salvezze.

AL CUOR NON SI COMANDA

Nonostante il pesante contributo dato alla salvezza del Lecce al termine della stagione le strade dei lupi salentini e del caliente uruguaiano si separano nuovamente. Il feeling con De Canio non è mai sbocciato e limitarsi a percepire il calore di quel popolo che tanto ti ha amato dalla panchina è una tortura bella e buona. Il nuovo capitolo si chiama Colon ma il destino decide di metterci nuovamente il suo incontrollabile zampino.

Il 9 Luglio del 2012 Chevantón ritorna per la terza ed ultima volta a Lecce e, a coronamento di questo nuovo matrimonio, arrivano anche le parole dell’allora direttore sportivo Tesoro: Cheva avrà un contratto a tempo indeterminato, e resterà finché ci saremo noi, anche in vesti differenti”. Alle parole purtroppo non seguiranno i fatti in quanto al termine della stagione le strade di Cheva e del Lecce si separeranno per l’ennesima volta ma, ed è sopratutto questo il bello di un amore tormentato, c’è ancora il tempo per un’ultima dimostrazione d’affetto alla sua gente.

La semifinale dei playoff di lega Pro è alle spalle e Cheva ha contibuito con un goal dei suoi al passaggio del turno del Lecce. In finale c’è il Carpi e dopo la sconfitta per 1-0 subita all’andata ghiotta è l’occasione di ribaltare il risultato davanti ai propri tifosi. Chevantón è lì in panchina, soffre perchè il destino, ancora lui, lo ha portato a procurarsi una frattura al braccio nella partita d’andata. Cheva sbraita, si agita, ma i compagni non riescono ad evitare che il Carpi passi in vantaggio. Con le speranze di accedere in serie B ridotte ad un lumicino avviene l’impensabile.

Chevantón urla a Gustinetti di buttarlo in campo e nonostante l’andatura dinoccolante prova in tutti i modi a regalare un ultimo miracolo alla sua gente. Prova a pressare e a incitare i compagni ma il dolore (non solo fisico) è così forte che, subito dopo il triplice fischio, scoppia in un pianto che più di tutto dimostra la sua dedizione alla causa. Il finale, purtroppo, è amaro ma se l’obiettivo era quello di donare un cuore al contratempio questo è stato pienamente centrato. “Ho sempre amato da morire questa città, anche quando mi hanno venduto ho continuato ad amarla a distanza. Perché Lecce è la vita mia. Ho portato le maglie di Monaco, Siviglia, Atalanta e Colon, ma non ho mai tolto la maglia del Lecce”.

GLI ALTRI OGGETTI DI CULTO

Episodio 01: Francesco “Ciccio” Cozza
Episodio 02: Julio Ricardo Cruz
Episodio 03: Mario Frick
Episodio 04: Jaap Stam
Episodio 05: Ernesto Javier Chevanton
Episodio 06: Alvaro Recoba