Mancini, Bielsa ed Eusebio: tre personaggi in cerca di una storia

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Da San Sebastian a San Pietroburgo, passando per Lille: una virtuale autostrada che taglia trasversalmente l’Europa congiungendo tre grandi personaggi che potrebbero regalarci altrettante, grandiose storie di calcio in questa stagione. Mancini, Bielsa, Eusebio: diversissimi fra loro, come tecnici e come uomini, oggi però accomunati dall’essere andati verso nord per applicare delle filosofie tanto marcate quanto meritevoli d’attenzione. Con modalità, tecniche e anche obiettivi differenti, ma a ben vedere con un principio similare: il buen fútbol, la qualità del gioco frutto di concetti ricercati e applicati attraverso la costruzione di un progetto. Che per due di loro è appena all’inizio e per il terzo è al momento in cui deve arrivare a compimento. Non c’è niente di facile e molto poco di sicuro, se non una cosa: Zenit, Real Sociedad e Lille sono indiscutibilmente tre squadre che meritano di essere seguite e osservate.

Mancini, la rivoluzione non russa

San Pietroburgo è una città che di rivoluzioni se ne intende. Di rivoluzioni e di opere d’arte. Oggi è anche la città in cui è sbarcato Roberto Mancini, con delle idee che sembrano allinearsi perfettamente al contesto da cui si ritrova a ripartire. E’ un Mancini che già dalla sua seconda, problematica avventura interista ci ha mostrato tratti nuovi, più interiori che esteriori. Un Mancini che, ereditando una squadra sì florida in quanto a mezzi economici ma anche altrettanto bisognosa di essere completamente riaccesa dopo le buie gestioni di Villas-Boas e Lucescu, si è messo in testa di utilizzare i milioni della Gazprom per fare un monumento al bello. Ed è partito con un lavoro enorme, perché dopo due anni senza successi la Direzione ha deciso di azzerare i vertici societari e così il Mancio si è ritrovato a dover essere allenatore di giorno e osservatore di notte, visionando centinaia di calciatori che potessero diventare quelli giusti per la sua idea. L’idea di costruire una squadra di qualità, con giocatori tecnici (e il mirino è andato inevitabilmente a puntarsi sull’Argentina) in grado di gestire sempre il pallone e imporsi tramite il palleggio. Tatticamente, la traccia principale è quella di un 4-2-3-1 che abbia nella regia illuminata e focosa di Leandro Paredes il suo epicentro, per poi propagare onde d’urto tecniche attraverso due ali puramente offensive (Shatov su tutti, ma occhio perché Politano è qualcosa di più di una semplice idea) e la valorizzazione definitiva di una figura enormemente intrigante come Sebastian Driussi, ventunenne preso dal River Plate e interpretato come una seconda punta in grado sia di inventare che di risolvere. Un’impostazione offensiva che, per realizzarsi, deve passare attraverso la costruzione di una mentalità nuova e, prima ancora, di un supporto in grado di garantire equilibrio: da qui la scelta di puntare su due ragazzi molto giovani ma già passati attraverso il processo di svezzamento come Kranevitter, per il quale la negativa esperienza spagnola non può già essere una bocciatura ma deve trasformarsi in uno stimolo, ed Emmanuel Mammana, il prototipo del tipo di difensore che cerca Roberto Mancini, ovvero tecnico, mobile, rapido e con l’abitudine a giocare in squadre di alto rango, di conseguenza ad accettare di potersi trovare a dover risolvere degli uno contro uno o comunque situazioni in cui il supporto dei compagni può essere relativo. Ce ne vorrebbe un altro, per il momento però al fianco dell’ennesimo talento di scuola River arrivato a uno Zenit che sembra, incredibilmente e assai gustosamente, più di Buenos Aries che non di San Pietroburgo, si punta sull’esperienza di senatori come Ivanovic, Neto, Zhirkov e anche Mimmo Criscito (che probabilmente vedremo molto più a sinistra che non al centro). Figure che possono risultare importanti sia per ammorbidire l’inserimento dei nuovi arrivati che per favorire un altro punto indispensabile del nuovo progetto, ovvero la valorizzazione dei giocatori russi, specialmente nell’anno che porta al Mondiale casalingo. Il nome, su tutti, è quello di Aleksandr Kokorin, uno dai mezzi pazzeschi, dalle potenzialità indiscutibili ed altissime, ma finora limitato da una mentalità che deve aprirsi all’internazionalità e slegarsi da certe catene (in tema di frequentazioni ed abitudini) che sono state fin qui la sua zavorra. Perché le vittorie dello Zenit dovranno obbligatoriamente passare dai gol di Kokorin, che solo due volte in carriera è arrivato in doppia cifra ma che – per potenzialità – è un centravanti in grado di avere come obiettivo i venti timbri stagionali: con Mancini ha già segnato cinque volte nelle prime sette presenze ufficiali, l’impressione è che la visione sia quella giusta e che i messaggi stiano arrivando. Devono arrivare nel più breve tempo possibile, perché è vero che un progetto del genere ha bisogno di pazienza ma anche che in un club così i risultati sono la vita: vincere subito in Russia e nel medio termine arrivare lontano anche in Europa. Per il Mancio, per i suoi talentini sudamericani e per gli amanti di un certo tipo di calcio, una sfida da seguire e sostenere.

Bielsa, la locura a Lille

Ma se la mettiamo su questo piano, allora LA SFIDA della stagione europea è quella che parte da Lille, da una società completamente nuova, da un magnate che finalmente sbarca nel calcio e che ha deciso di puntare sulla filosofia di quello che rimane il maestro più avanguardista, profondo, sorprendente ed inevitabilmente divisivo che ci sia: Marcelo Bielsa, el Loco. Lassù, nelle Fiandre francesi, si stanno concentrando delle correnti in grado di scatenare un potenziale uragano calcistico. L’origine è Gerard Lopez, brillante mente imprenditoriale nato in Lussemburgo 46 anni fa da emigranti galiziani: laureatosi negli Stati Uniti in sistemi informatici di gestione operazionale, Lopez è uno che parla una decina di lingue, che si è costruito da solo in pochissimo tempo puntando su investimenti visionari (è stato fra i primi a foraggiare Skype quando non era ancora niente, e adesso ha come grande obiettivo quello di sfruttare le grandi risorse naturali dell’Artico) e che, dopo il passaggio in Formula 1 alla guida della Lotus – a livello gestionale si intende, perché quello di pilotare una macchina da corsa è uno dei pochi sogni che difficilmente riuscirà a realizzare – ora ha deciso di tentare l’avventura nel calcio, sua grande passione fin dai tempi dell’infanzia, trascorsa in povertà in un quartiere di immigrati in Lussemburgo. Ha preso il Lille OSC a Gennaio e la sua idea è stata fin da subito chiara: dare il volante a Marcelo Bielsa, che è stato messo sotto contratto in tempo record e ha avuto sei mesi per seminare quello che appare come un progetto con tutti i crismi per stupire, anche perché il tecnico argentino non solo ha trovato una società pronta ad investire seguendo le sue linee di pensiero, ma anche un contesto estremamente avanzato in tema di logistica e strutture, tanto da aver addirittura lasciato intendere di aver trovato le migliori condizioni di lavoro della sua carriera. Nel debutto in Ligue 1, uno smagliante 3-0 al Nantes di Ranieri, abbiamo subito visto un Lille molto bielsista: 3-3-3-1, età media di poco superiore ai ventitré anni, dinamismo, ritmo, entusiasmo collettivo e anche qualche sbavatura che consiglia una fisiologica prudenza, visto che, come ha detto lo stesso Bielsa nella conferenza stampa post-partita: “conclusioni negative si possono trarre presto, ma per quelle positive si devono aspettare almeno sei mesi”. Intanto, però, la sua squadra intriga e non poco: dal Brasile si è preso due centrocampisti come Thiago Mendes e Thiago Maia, con il primo in grado di fornire fin da subito sia bilanciamento tattico che appoggio all’offensiva e il secondo da considerare in prospettiva un grande regista mancino, più lo sgusciante esterno d’attacco Luiz Araujo, ventunenne che scatena elettricità in ogni movimento e in ogni colpo col suo interessantissimo piede sinistro. Dal Paraguay ha voluto invece Junior Alonso, difensore ex Cerro Porteño che ha realizzato il primo gol ufficiale della stagione e che vanta caratteristiche che completano il pacchetto dei tre centrali: Alonso è quello più tecnico ma anche più attento, che rimedia a una non spiccatissima velocità di base con il senso della posizione, l’altro marcatore è il portoghese Ié che al contrario presenta esuberanza atletica e giocate d’anticipo, mentre a mettere il tutto a sistema ci pensa Amadou, un mediano reinventato come libero che deve ancora assimilare alcuni dettami specifici del ruolo ma che promette di essere un’altra invenzione brillante del Loco. Interessanti anche il laterale destro Malcuit preso dal Saint Etienne e il mobile, rapido e resistente centravanti De Preville; un altro elemento che potrebbe fiorire alla corte del Loco è l’ivoriano Pepe, esterno destro d’attacco preso dall’Angers che parte in seconda fila presentando però valori piuttosto invitanti. Ma i giocatori centrali per la riuscita in brevi tempi di questo progetto sono El Ghazi e Benzia, i due architetti del gioco offensivo, non a caso fra i più positivi nella gara d’esordio. El Ghazi ha voglia e numeri, partendo da destra e rientrando sul sinistro diventa un fattore di grande disequilibrio perché può sia assistere che segnare e, se riuscirà a specchiarsi più nelle opere della sua squadra che nei suoi valori individuali, potrebbe rappresentare una delle esplosioni più detonanti dell’anno. Benzia è invece quello a cui Bielsa ha offerto maggior libertà di interpretazione, sapendo di poter contare su di una non comune capacità di smarcarsi, di trovare gli spazi fra le linee e di raccordarsi coi compagni. Siamo solo all’inizio ed entusiasmarsi può essere tanto facile quanto frettoloso, però a Lille c’è un progetto fatto da due grandi menti visionarie che, attraverso i giovani e le loro filosofie, ci faranno sicuramente vedere cose imperdibili. Chissà fino a quando e fino a che punto, ma il bello sarà proprio scoprirlo per la strada.

Eusebio Sacristan, l’eredità meno appariscente ma più vera di Johan Crujiff

Strada che per Eusebio Sacristan è sempre stata strana, oltre che tanta: ha percorso chilometri sui prati più importanti del mondo del calcio, ha vinto un numero di trofei neanche immaginabile da molti celebrati divi del pallone, eppure non è mai stato considerato una stella. Diceva di lui Johan Crujiff, che attorno ad Eusebio aveva costruito il suo Dream-Team barcellonista: “i giornalisti, normalmente, si fissano su quelli che fanno gol. Io ragiono diversamente: so che Eusebio non prenderà mai un 10 in pagella, però allo stesso tempo sono sicuro che non farà mai una partita negativa, e per un allenatore è importantissimo avere uno che gioca sempre bene in almeno quattro posizioni diverse, con un senso della collettività impressionante, trattando il pallone come un amico che lo aiuta a conseguire il suo obiettivo: mandare in gol qualche altro compagno”. Una condanna se volete, e infatti basta una rapida ricerca per vedere che Eusebio è ricordato primariamente per essere stato l’unico allenatore esonerato nella storia del Barça B piuttosto che come uno che in sette stagioni con la maglia blaugrana ha vinto quattro campionati, una Copa del Rey, tre Supercoppe spagnole, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa europea e una Coppa delle Coppe. Per lui, questo tipo di immagine può però diventare una risorsa, perché in panchina come in campo Eusebio ha saputo portare la propria filosofia con pazienza e perseveranza, e oggi – alla guida di una Real Sociedad che ha raccolto in condizioni comatose nel Novembre del 2015 riportandola in Europa nel giro di un anno e mezzo – ha permesso al calcio dei maestri olandesi di rivivere in un posto come San Sebastian, dove in pochi se lo aspettavano. Nella stagione scorsa, la Real Sociedad è stata la formazione di Liga (e quindi probabilmente del mondo) ad aver offerto il gioco più allineato alla tradizione crujiffiana, anche più del Barcellona della MSN e di un Luis Enrique che ha dovuto trasformare quella che era la squadra con i più grandi palleggiatori del pianeta in quella con il miglior tridente, con tutte le differenze che ne conseguono. Il sistema portato da Eusebio è un 4-3-3 che si accomoda volentieri sul 4-2-3-1, in cui hanno trovato spazio giovani del vivaio lavorati e lanciati, stelle cadenti tornate brillantemente in auge e mestieranti diventati protagonisti. Nella sua squadra ci sono figure da copertina come Carlos Vela, che finalmente ha vinto i suoi blocchi mentali liberando un talento che – incanalato e gestito in questo modo – può essere decisivo anche ai massimi livelli, Asier Illarramendi, uscito dal tunnel provocatogli dal fallimento madridista e salutato a fine stagione come uno dei migliori centrocampisti difensivi del campionato, o Iñigo Martinez, centrale mancino tutta tecnica e poca difesa, portato però su livelli di continuità tali da restituirgli la Nazionale e fargli fare una corte serrata dal Barcellona. Ci sono anche i talenti del futuro, come il portiere Geronimo Rulli che piace tanto al Napoli, il terzino-rivelazione Odriozola e soprattutto l’esterno sinistro d’attacco Mikel Oyarzabal, un ragazzo nato nel 1997, che porta scarpe numero 47 e non ha il procuratore, che studia economia, che fino a poco prima di debuttare in Liga abitava ad Eibar e si faceva un centinaio di chilometri in treno per andare ad allenarsi ogni giorno, ma che ora ha già esordito in Nazionale maggiore, oltre che superato le cinquanta presenze in Primera e i dieci gol in prima squadra. Ma ci sono soprattutto gli “Eusebio”, quei giocatori che non ti catturano l’occhio ma che fanno una squadra vincente: forse non è il caso del veterano Xabi Prieto, recordman di presenze nella storia del club e numero 10 che dalle parti di Donostia è considerato uno dei più grandi campioni della storia; probabilmente neanche quello di Yuri, passato dall’essere un tipo problematico al firmare per il PSG dopo una stagione da pendolino bruciante sulla fascia sinistra, o quello di William José, centravanti brasiliano che segna e lavora per la squadra. E’ invece sicuramente il caso di David Zurutuza, mediano originario del Paese Basco francese che – guarda caso – anche in questo articolo trova il suo nome dopo molti altri, ma che per la sua laboriosità abbinata ad un tasso tecnico decisamente apprezzabile risulta un pezzo imprescindibile per la squadra e preziosissimo per il suo allenatore. Dopo una stagione in cui veder giocare la Real Sociedad ha sempre dato grandi soddisfazioni sia in termini di estetica che di risultati, l’aspettativa è di vedere altri passi avanti alla ricerca della gloria. E invece la sensazione latente è che l’apice sia già arrivato e già superato, perché il fatto che sia partito Yuri, che Vela giocherà a Los Angeles da Gennaio, che la continuità di Rulli e Iñigo Martinez non sia ancora stata blindata e che di contro siano arrivati solo due giocatori di buone speranze ma difficilmente considerabili pronti per i massimi livelli come Januzaj e Diego Llorente, porta un quasi paradossale e incomprensibile sentimento di sfiducia. O forse è solo la solita condanna di Eusebio, il pupillo di Cruijff che all’apparenza in pochi considerano, ma che in sostanza gioca sempre bene.