Ricomincia la serie A: Napoli, ora o mai più

Tre è il numero perfetto. Anche se è dispari. Tre sono gli attaccanti del Napoli tutti in doppia cifra l’anno scorso. Tre sono gli anni di Maurizio Sarri alla guida degli azzurri, così come al terzo anno di Diego Armando Maradona la squadra partenopea riuscì a vincere il primo Scudetto della storia. Ma, al di là dei corsi e ricorsi storici e delle paturnie della cabala, è innegabile che il Napoli si affacci alla stagione 2017 – 18 con un proposito chiaro, almeno nel cuore: vincere. I battiti dell’entusiasmo riecheggiano dalla cassa di risonanza del San Paolo in tutta la città, per il gioco espresso, per l’ingenua voglia di sfatare un tabù, per il semplice desiderio di vincere finalmente.

Il Napoli di Sarri, culmine di un progetto

Che Maurizio Sarri fosse stato assoldato per un progetto vincente, questo non lo sapremo mai. La casualità ha voluto che un allenatore virtuoso finisse sulla panchina azzurra dopo che in molti pensammo che l’addio di Benitez avrebbe ridimensionato la squadra. E invece, arrivato dalla provincia, il tecnico figlio della città ritrovava nel suo nostalgico centro natale un amore mai visto e vissuto altrove. Senza eccessive pressioni, nonostante un avvio tentennante, Sarri è riuscito a costruire qualcosa di solido, eccentrico e divertente, come un demiurgo illuminato e anticonformista già dal momento in cui va in campo in tuta, persino in un salotto aristocratico come quello del Santiago Bernabeu di Madrid.
La forza del Napoli sarriano, che in molti pensavano non fosse altro che un mero fuoco di paglia dovuto alla presenza di un numero 9 argentino oggi già dimenticato a Fuorigrotta, è stata proprio nel saper fare a meno della grande individualità a beneficio del collettivo. E non solo per una questione di numeri o di record di gol e punti quanto soprattutto per il raggiungimento di un Nirvana calcistico basato su un gioco musicale le cui note scivolano sempre su un pentagramma armonioso per formare una melodia interpretata a memoria dagli azzurri senza mai annoiare.

Potrà sembrare paradossale ma la scelta di non intaccare la squadra titolare fa parte, sicuramente di un obiettivo chiaro, ossia quello di far scorrere in maniera fluida i meccanismi di una macchina rodata e perfettamente funzionante, il cui unico rischio è di ingolfarsi per colpa dell’alta velocità a cui è solita correre. È indubbio che rinforzarsi è sempre possibile, ma la società di Aurelio De Laurentiis non dispone dei petrodollari di Psg e Manchester City e non ha dietro di sé una holding cinese capace di sobbarcarsi spese folli e spesso senza senso. E visti i prezzi in giro quest’estate, siamo veramente sicuri che Giuntoli avrebbe potuto portare a segno qualche colpo che davvero avrebbe migliorato l’undici titolare? Eccezion fatta per Rulli, che non è arrivato perché non sicuro del posto da titolare ma potrebbe approdare a Partenope dopo il mondiale russo, risulta chiaro che il Napoli non avrebbe potuto spendere i 57 milioni sborsati dal City per Mendy, i 40 milioni cacciati dal Barcellona per un Paulinho che non serve al suo gioco, e che in attacco nessuno si sarebbe potuto integrare così bene come Milik, il primo grande rinforzo di quest’anno.

Occasione unica

Che si approdi o meno in Champions League, una competizione che toglie punti e fiato al campionato, quest’anno il Napoli ha davanti a sé un’occasione unica. Perché la Juventus ha perso una bussola come Bonucci, prima fonte di gioco e leader dello spogliatoio. Perché il Milan e l’Inter, che stanno tornando e dalla prossima stagione faranno davvero paura, potranno dare fastidio alla stessa Juve negli scontri diretti. Perché la Roma dovrà fare molti esperimenti con Di Francesco al comando e dovrà fare i conti con la botta animica dell’addio di Totti e di Salah, entrambi insostituibili. Perché, semplicemente, il Napoli gioca il miglior calcio d’Europa al momento e sarebbe un delitto non ricevere la giusta e meritata ricompensa.  Sì, è vero che nel calcio spesso non vince chi interpreta il gioco nella maniera più virtuosa e audace. Ma se vi è un solo Napoli che può aspirare alla gloria raggiunta dall’esercito popolare guidato da Diego Armando Maradona in quella seconda metà degli anni ‘80 dove il vento del Nord era più freddo e penetrante, questi è il Napoli di Dries Mertens, Marek Hamsik, Lorenzo Insigne, Kalidou Koulibaly, José Callejón e tutti gli altri, ugualmente importanti. Ma, soprattutto, è il Napoli di Maurizio Sarri, l’outsider fuori dagli schemi che sta mettendo a segno la sua personale rivoluzione in riva al Golfo.