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Dopo aver visto la brutta figura di Busto Arsizio e dei “tifosi” della Pro Patria (gioca il Milan dalle tue parti e sei in grado di far sospendere una partita, che poi anche della sospensione si potrebbe aprire un altro capitolo: perché quando accade per una partita di serie A non succede? Perché quando ci sono i diritti tv in ballo non c’è una reazione simile?) a molti è ritornato in mente un vecchio aneddoto del 1968.

Era giugno e per i festeggiamenti previsti per l’ottavo centenario della città di Alessandria, venne invitato il Santos, il mitico Santos, quello di Pelè per intenderci. Lacci neri, divisa bianca e quel passo felpato tipico dei brasiliani calpestava l’erba del Moccagatta, lo stadio della città.

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L’Alessandria a quei tempi calcava i campi della C e ovviamente il vero pienone stagionale ci fu solo in quella serata, in quella magica serata di metà giugno quando, ingaggiati per 25mila dollari, quasi 10 milioni del vecchio conio, i brasiliani erano arrivati in città guidati dal mito vivente Pelè, numero 10, ventotto anni, seguiti da tutti i mezzi di informazione nazionali, un evento che di questi tempi è difficile anche solo immaginare.
Sulle gradinate erano in 8000 quella sera e dopo un paio di pericoli scampati, per rispondere ai fischi (di paura piuttosto che di razzismo) Pelè prese palla a metà campo, saltò due avversari con una progressione da vero centometrista, triangolò con un suo compagno e fece gol. Insomma prese la palla e nel giro di pochi secondi decise di segnare.

Lo spettacolo era appena iniziato, tocchi di prima, scambi, il pallone che gira ad una velocità disumana, movimenti senza palla e corsa elegante. Pelè aveva incantato tutti, zittito i fischi (la scemenza non ha età) e guadagnato il rispetto del pubblico.

Uscì dallo stadio indossando la maglia numero 10 dell’Alessandria, mandando i tifosi in visibilio…i fischi erano un lontano ricordo

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