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Il suo nome è Virginio Rosetta e forse a molti, soprattutto i più giovani abituati agli altisonanti soprannomi brasiliani come El Pojo, El Cholo o Pato, non dice molto.

Eppure è stato fondamentale per l’inizio del calciomercato. Era da poco finita la Prima Guerra Mondiale, era l’epoca dei grandi sconvolgimenti e delle grandi imprese e lo sport recitava un ruolo di prim’ordine nella ricostruzione dello spirito dei cittadini provati dal conflitto. Virginio Rosetta era un attaccante di 23 anni e giocava nella Pro Vercelli, società che ha dato molto al calcio degli albori. In Piemonte però in quegli anni c’era un’altra società di prestigio: la Juventus. Da intenditori di calcio quali erano, i dirigenti bianconeri non potevano non vedere che Rosetta avrebbe potuto aggiungere un alto tasso tecnico e quindi decisero di ingaggiarlo.

Oggi sarebbe stato semplice: vedo un atleta, contatto la società e poi il suo procuratore (almeno così dovrebbe avvenire) e poi faccio l’offerta. Ma i regolamenti di quegli anni erano rigidi: essendo il calcio uno sport dilettantistico, il giocatore doveva risiedere nella città in cui giocava e avere un lavoro che non fosse quello del calciatore, visto che di calcio non ci si poteva vivere. L’attaccante scalpitava: l’interesse della Juventus rappresentava un vero onore. Dall’altra parte però, la Pro Vercelli era certa che, visto che il giovane abitava e lavorava in città, non potesse di certo cambiare casacca. Il presidente bianconero Edoardo Agnelli, tuttavia, aveva escogitato uno stratagemma per aggirare questo ostacolo e diede mandato al consigliere Sandro Ajmone Marsan di mettere a disposizione del giocatore un impiego nella sua azienda e all’avvocato Riccardo Peccei di recarsi a Vercelli a definire l’affare con Rosetta per 45mila lire di ingaggio e 700 lire di stipendio oltre a vitto e alloggio.

Sembrava tutto definito, mancava soltanto l’iscrizione del giocatore alla lista dei trasferimenti d’autorità – necessaria visto il mancato accordo fra le due società – da parte della Lega Nord, ma, si diceva, si trattava soltanto di una formalità. Tuttavia, a causa di qualche frizione di troppo fra la Lega Nord e la Federazione a causa dell’intricatissima vicenda del passaggio di Gay, altro giocatore dimissionario dalla Pro Vercelli, al Milan, il trasferimento venne bloccato per molto tempo. Poi tutto si risolse e Virginio Rosetta divenne un giocatore della Juventus e, a sua insaputa, il primo di una interminabile serie di trasferimenti che presero poi il nome di calciomercato.

Altrettanto scalpore destò il passaggio di Fulvio Bernardini dalla Lazio all’Inter nello stesso anno, ovvero il 1925. Due sono stati i cambiamenti epocali che lo hanno seguito: Bernardini, che molti anni dopo divenne commissario tecnico della Nazionale azzurra, fu il primo giocatore romano a trasferirsi in una grande squadra del Nord Italia e nel 1926 fu il primo a firmare la Carta di Viareggio, il documento che sancì definitivamente l’inizio del calcio professionistico nella Penisola.

Come dice Mickey Walsh nel film “I Goonies”: “Tutto comincia da qui”.