SHARE

savoldi_napoli_bn

Una svolta epocale. Se il passaggio di Hans Jeppson dall’Atalanta al Napoli aveva destato scalpore per la cifra spesa da Achille Lauro per aggiudicarsi l’attaccante svedese – ben oltre i cento milioni di lire -, quello di un altro calciatore ruppe definitivamente un altro tabù: quello degli acquisti a nove zeri.

Protagonista è ancora il Napoli, club che in diverse operazioni si è distinto per essere il vero re del mercato. E il giocatore sul quale furono investiti ben due miliardi di lire non fu di certo un emulo di Jeppson, ma un tale Beppe Savoldi.

Siamo nel 1975, l’Italia non sta attraversando il momento più florido della sua storia, ma la voglia di investire nel calcio non manca. Così come non mancano i presidenti tifosi disposti ad investire di tasca propria per assicurare un campione alla loro squadra. A Napoli è ormai archiviata l’era Lauro, ma c’è un altro patron molto munifico alla guida della società: è quel Corrado Ferlaino che poi farà la fortuna dell’intera città portando in azzurro Diego Armando Maradona e Antonio Careca. Ma per ora, nel 1975, pensa a un altro attaccante: Beppe Savoldi. La punta si era messa in mostra nel Bologna ed era da tutti considerata l’erede di Silvio Piola e Gigi Riva. Ferlaino non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione e così mise sul piatto i cartellini di Clerici e Rampanti più 800 milioni di lire per un totale di ben due miliardi. Impossibile rifiutare e così Savoldi divenne un giocatore del Napoli.

Non mancarono però le critiche: pochi anni prima il capoluogo campano era stato colpito da un’epidemia di colera e quindi l’opulenza mostrata da Ferlaino mal si legava con la situazione di degrado che regnava in città. Il ruolo di svago che aveva assunto il calcio nella vita degli italiani era centrale e quindi un trasferimento del genere non poteva di certo passare sotto silenzio. E infatti Sergio Campana, allora presidente del sindacato calciatori, fece intervenire la Guardia di finanza ravvisando nel calciomercato una sorta di vera e propria “tratta di uomini” comprati e venduti alla stregua di merci. Le Fiamme Gialle perquisirono il luogo che era diventato la sede milanese delle trattative di mercato: fu la svolta. Da quel momento fu stabilito che i calciatori potessero rifiutare o accettare un trasferimento. Il 1975 segna nella storia del calciomercato l’inizio di un processo di emancipazione dei giocatori dalla volontà delle società che culminerà vent’anni più tardi con l’acquisizione del proprio cartellino da parte del giocatore stesso con la celeberrima sentenza Bosman.