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Una sentenza che ha creato un precedente. Non molto conosciuto, a dire la verità.

Tanto che quando circa vent’anni più tardi arriverà quella del processo Bosman si griderà alla rivoluzione. Di certo quello del giocatore belga sarà un caso innovativo per quello che i giudici decideranno, ma non bisogna sottovalutare neppure la portata del caso Doná-Mantero.

Siamo all’inizio degli anni Settanta e, mentre a livello nazionale tiene banco il trasferimento miliardario di Beppe Savoldi dal Bologna al Napoli, nella società del Rovigo Calcio il presidente, Mario Mantero, prima di dimettersi dal suo incarico dà mandato all’amico Gaetano Doná, funzionario della segreteria generale della CEE e residente a Bruxelles, di trovare giocatori belgi e olandesi che disposti a trasferirsi al Rovigo. Il patron della società motiva la propria decisione con la costante levitazione dei costi di ingaggi e trasferimenti in Italia che non consentirebbero alla sua squadra di essere competitiva con le altre della serie D. In sostanza il ragionamento era abbastanza semplice: se non riuscivamo a trovare giocatori di qualità a prezzi bassi in Italia, cerchiamoli all’estero in zone nelle quali non sono forse così “esigenti”.

Così il 19 aprile del 1974 compare sul quotidiano sportivo belga “Sportif” un annuncio con le richieste di Mantero al quale rispondono poco dopo circa dieci atleti provenienti da tutto il mondo. Ma che, secondo la Federcalcio italiana, non avrebbero mai potuto far parte della rosa del Rovigo.

Il caso approda così davanti al tribunale della Corte Europea. Il motivo? Non la voglia di rivalsa da parte del presidente Mantero, ma l’intenzione di Gaetano Donà di ottenere le 31.000 lire spese per realizzare l’inserzione mai corrisposte dal patron del Rovigo.

Il 14 luglio 1976 la Corte Europea non solo condanna Mantero al pagamento, ma, soprattutto, sancisce l’illegalitá delle regole sulla circolazione degli stranieri stabilite dalla Federazione e ordina la riapertura delle frontiere, che sarà effettiva poi dal 1980, e la libera circolazione dei lavoratori nell’ambito del Mercato Comune Europeo.

La discriminazione basata sulla nazionalità, infatti, viola diversi articoli del trattato stipulato dai Paesi appartenenti alla CEE. Facile intuire come, use in quegli anni la copertura mediatica fosse stata quella attuale, quanto sarebbero state dirompenti le conseguenze di questa sentenza sull’intero movimento calcistico europeo. Per avere un’eco più grande però sarà necessario attendere il 1996 e il caso Bosman. Ma la rivoluzione era già iniziata in Italia, a Rovigo, ben venti anni prima.