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La Liga è in recessione, peggio è indebitata fino alla paralisi: 800 milioni di rosso da ripianare entro il 2020 altrimenti crolla tutto. Si svaluterebbero i diritti, il prodotto, la sfide e per evitare di sparire in Spagna tirano la cinghia. E la fanno scivolare dai 450 milioni spesi nel 2000 agli appena 64 tirati fuori fino a oggi. La Spagna in crisi significa meno giocatori, meno teste pensanti, meno interessi, meno avvoltoi che girano intorno alle poltrone del pallone. Il resto d’ Europa, indecisa tra il rigore e lo sballo, ne approfitta. Con discrezione.

In Germania si sono sempre vantati di non inseguire cartellini al rialzo, di coltivare giovani cresciuti in casa e di mantenere spese e ricavi bilanciati e anzi di occuparsi più di un calcio virtuoso che dell’ossessione dei risultati. La serenità non abita più lì, persino la nazionale dopo la batosta contro l’Italia agli Europei viene ormai criticata apertamente.

La Premier League guarda confusa, loro hanno ancora gente che spende, ma il Manchester City dopo aver rifatto tre o quattro rose si è fermato, l’Arsenal ha dovuto vendere molto, lo United ha dato la zampata finale dopo un’annata al risparmio e i soli costanti in liquidità e sperperi sono quelli del Chelsea. Mai soddisfatti.

Nella classifica dei giocatori più cari di sempre ci sono cinque nomi finiti alla Liga, da Cristiano Ronaldo (94 milioni) a Figo (uno spostamento interno di 60 milioni), dominio spagnolo che con il Clasico moltiplicava introiti e seduceva stelle di ogni Paese, grazie a un sistema fiscale invidiato da tanti e oggi complice del collasso. ’ Europa registra il taglio e oscilla tra sogni proibiti e i conti. Il Fair play finanziario incombe, ma ancor prima c’è l’economia reale che non regge più il calcio visionario. I nuovi poveri, gli ex ricchi, i pochi danarosi che alzano le medie senza stravolgere la tendenza prudente, cambiano i parametri e le gerarchie. E cresce la paura del contagio.

fonte: La Stampa