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Schiavi, sequestrati e abbandonati. La maggior parte dei tifosi del Napoli si sente sedotta ed abbandonata, costretta da un unico calciatore, Ezequiel Lavezzi, quasi a disinnamorarsi della squadra e ad avere occhi, cuore e mente solo per il talento argentino.

La Sindrome di Stoccolma, prigionia che si trasforma in sentimento positivo fino all’amore, colpisce un po’ tutti. Tifosi nostalgici, carta stampata e siti web, testate specializzate e siti generalisti, tutti o quasi sono lì pronti a pubblicare le gesta del Pocho, il tweet del Pocho, il gol del Pocho, il dribbling del Pocho, ossessivamente, continuamente, pedissequamente, ostinatamente. Per carità all’inizio ci sta, ma dopo quasi una stagione la questione sta diventando decisamente annosa.

Il Napoli in questo momento lotta, o ci prova, per lo scudetto, è secondo in classifica, fuori dalla coppa nazionale e dall’Europa League; insomma manca il quid necessario per fare il salto di qualità, per diventare come la Juventus in pratica, per vincere, convincere e avere una mentalità da grande. Ma cosa manca a questa squadra? Cosa le impedisce da 3 anni a questa parte di elevarsi sopra tutte e conquistare l’ambito scudetto? Il top player? Un allenatore vincente? Una campagna acquisti faraonica?

Un po’ di tutto ma forse sarebbe il caso di iniziare semplicemente dal basso e provare a cambiare un po’ le cose, anche nell’ambiente, considerando che dopo 20 anni siamo passati da Maradona a Lavezzi, senza soluzione di continuità. Esempio? Nella settimana di Udinese – Napoli l’attenzione generale era tutta su Diego. Un amore viscerale, una fissazione psicologica che si alimenta ogni qualvolta il Pibe si muove, lo stesso amore che ha travolto Lavezzi, che in realtà non ha consentito al Napoli di ottenere gli stessi successi avuti dalla squadra partenopea ai tempi del fenomeno argentino. Canzone, video, foto, maglia, autografo, auto…ogni genere di “souvenir” o di “reliquia” alla quale attaccarsi. Ma si può vivere con il continuo e costante ricordo di “eroi” lontani ormai dalla propria squadra? Può essere così paralizzante l’amore per un calciatore.

Quest’anno Alessandro Del Piero, bandiera simbolo e guida della Juventus per decenni, è al suo primo anno lontano dai bianconeri, gioca in Australia, nel Sidney, e il sentimento c’è, è profondo, i tifosi della Vecchia Signora non dimenticano il loro capitano e gli attestati di stima sono tanti, ma è un affetto diverso, non ossessivo… pacato, dolce, quasi amichevole per una persona lontana che ha vinto tanto e che ha fatto vincere tanto alla Juventus, sicuramente più di un Lavezzi.

Questa è la differenza, al di là di schemi tattiche o giocatori, tra Juventus e Napoli. I napoletani vivono, si nutrono di ricordi. Esaltano un idolo del passato quasi allo sfinimento, influenzando in maniera negativa gli idoli del presente, coloro che scendono in campo adesso, che indossano i colori azzurri e che con le loro prodezze e gesta trascinano la squadra alla vittoria, ma che vengono subito dimenticati, ridimensionati o abbandonati al primo pareggio, alla prima sconfitta, riproponendo come detto il solito ritornello…Lavezzi segna, ah se ci fosse stato Lavezzi lo scudetto era nostro. Lavezzi l’anno scorso c’era e lo scudetto non è arrivato…guardiamo al presente, proiettiamoci sul futuro, ringraziamo il Pocho per gli anni trascorsi a Napoli e abbandoniamo l’arte del piangersi addosso, solo così il Napoli inizierà a diventare grande, partendo dal basso, dal suo tifo, dal suo ambiente che in un momento ti innalza a Dio e in un altro ti trascina nel fango.