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Nel 1996 avevo pochi anni ma seguivo già il calcio con assiduità, e prima di andare a scuola leggevo le pagine sportive di Repubblica che in casa mia non mancava mai. Allora come oggi consideravo Zola uno dei migliori calciatori: rapido nei movimenti e dotato di grandissima intelligenza che sopperiva ad un fisico esile. Mi entusiasmavano i colpi a effetto che diventavano gol. Non importava se l’esecutore materiale della rete fosse lui o qualche suo compagno. La caratteristica che mi entusiasmava di più era l’imprevedibilità che dava a ogni azione: l’impressione era che la partita avrebbe potuto subire un’accelerazione ogni volta che Gianfranco riceveva la palla tra i piedi. Era un numero 10 in piena regola insomma. In quegli anni di boom calcistico italiano, la Parmalat era un modello industriale, e Tanzi uno di quei capitani d’impresa che davano lustro al nostro paese. Le grandezze del Parma ne erano conseguenza. I gialloblu duellavano con la Juventus di Lippi per vincere il campionato e la coppa Italia. Juventus e Parma si sfidarono anche in finale della coppa Uefa, edizione 1995. Era il Parma di Dino Baggio e Asprilla, due icone degli anni ’90, ma sopratutto di Zola, che chiuse quella competizione europea da capocannoniere. Il Parma vinse la Coppa e sembrava aver aperto un ciclo.

Nel Luglio del 1996 cambiò tutto. Scala abbandonò quella squadra per andare ad allenare il Perugia di Gaucci. In città arrivo un ragazzo emiliano che partendo proprio dalle giovanili del Parma arrivò a vincere tutto in Italia e in Europa e nel Milan di Sacchi. Sto parlando ovviamente di Carlo Ancelotti. Carletto aveva dimostrato da centrocampista centrale nel Milan degli invincibili di avere forte personalità e carisma. Questo era quello che leggevo sulle cronache quotidiane: la mia età non mi permetteva un’analisi complessa della personalità di un calciatore che cronologicamente non potevo nemmeno aver mai visto giocare. Leggevo sui quotidiani che i due avessero dei problemi di coesistenza, e mi chiedevo come fosse possibile che un calciatore così forte potesse essere un problema piuttosto che un punto di forza. Carletto si impuntava sul un rigido 442 che non ammetteva nessun elemento di disturbo. La classe e l’imprevedibilità tecnica di Zola si inquadrava a fatica in questo schema rigido. A Zola fu chiesto – come a Rui Costa qualche anno dopo nella finale di Champions a Manchester – di giocare ala destra, il calciatore sardo rifiutò e preferì emigrare a Londra, sponda Chelsea dove sarebbe diventato, primo nella storia, miglior giocatore delle Premier non britannico. Il Parma di Ancelotti arrivò secondo in quel campionato, ottenendo quella che è ancora oggi la miglior posizione del club ducale, e quinto l’anno dopo. Questo biennio estremamente positivo fu caratterizzato dalla prima, storica, qualificazione in Champions, ma anche da un altro episodio.

Ancelotti, infatti, riuscì a rifiutare un altro calciatore dotato di immenso talento perché poco adatto al suo schema. Il direttore sportivo dell’epoca, Sogliano, era riuscito infatti a mettere a segno un colpo straordinario, portando a Parma Roberto Baggio. Ancelotti fece il gran rifiuto, facendo saltare il trasferimento esclusivamente in nome del suo credo tattico. Sogliano si dimise, Baggio finì al Bologna dove visse la seconda delle sue innumerevoli giovinezze. Dopo il biennio Ancelottiano a Parma arrivò Malesani, che accolse a braccia aperte quel fenomeno di Juan Sebastian Veron, trequartista sudamericano ancora più indisciplinato tatticamente di Baggio e Zola. La Bruguita regalò al Parma la seconda coppa Uefa di quell’irripetibile periodo

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Questa storia mi è tornata in mente di recente dopo aver visto Nacional di Montevideo – Boca Juniors di Copa Libertadores e Deportivo La Coruña – Celta Vigo. Nel primo caso i campioni argentini affrontavano in trasferta il Nacional partendo da un situazione di classifica molto difficile: la qualificazione agli ottavi sarebbe stata a rischio anche in caso di pareggio. Gli eventi erano precipitati nei primi minuti in seguito ad un’espulsione per gli xeneises. Ciò nonostante, la squadra di Buenos Aires è riuscita a spuntarla grazie al suo capitano: Juan Roman Riquelme, che a 35 anni suonati è ancora in grado di decidere il match con assist e giocate illuminanti. Per gli amanti delle statistiche, Riquelme è stato il marcatore del gol dell’1-0, risultato finale dell’incontro.

Al Riazor di La Coruña, invece, si giocava il derby di Galizia con il Celta Vigo. I padroni di casa non sono più quelli che impartivano lezioni di calcio in Europa, come ricorderanno i tifosi di Manchester United, Juve e Milan. Dai primi anni 2000 ad oggi sono, infatti, retrocessi e risaliti dalla primera alla segunda un paio di volte. Ora popolano le zone basse della Liga e cercano di non retrocedere. Inutile dire che il derby con il Celta di Vigo era uno scontro diretto decisivo per le speranze salvezza di entrambe le squadre. Molto lontani sono i tempi del SuperDepor, di cui Valeron era uno dei pilastri, così come lo è ancora oggi. Nel derby di Liga, Valeron ci ha messo molto del suo nel 3-1 finale, dimostrando che l’età conta pochissimo se a disposizione si hanno mezzi tecnici così rilevanti. Il trequartista spagnolo ha regalato per tutta la partita assist e giocate decisive, proprio come fece all’Old Trafford nel 2001.

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Oggi in Serie A, sembra che tutti gli allenatori abbiano sposato le teorie Ancellotiane del 1996-98 e che il trequartista non serva più a nessuno. L’omicidio è avvenuto per asfissia, e l’esecutore materiale è stato quel calcio fatto di pressing e tatticismi che predica la duttilità come il valore ultimo da esaltare. Per intenderci è la teoria per la quale il movimento del terzino è più importante di un passaggio filtrante. Forse la crisi del calcio nostrano, fatta di batoste all’estero e crollo degli spettatori negli stadi passa anche da questo. Come può un ragazzino appassionarsi al calcio esaltandosi per una diagonale di Lichtsteiner piuttosto che per una punizione all’incrocio dei pali di Gianfranco Zola?

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Articolo apparso su trappoladelfuorigioco.wordpress.it

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