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Giaccherini

 

Ma perchè Giaccherini gioca in nazionale?“, alzi la mano chi non ha mai detto, o almeno pensato, qualcosa di simile. Nel calcio di oggi, quello degli sponsor, dei videogiochi, delle pubblicità, tutti pensano al grande campione, dando sempre meno importanza ai gregari. Gente silenziosa, dalle qualità magari non eccelse, di cui si parla poco ma il cui peso specifico è alto. Farsi trovare sempre pronti, essere disposti a qualunque sacrificio pur di entrare in campo, è importante quanto uno spettacolare colpo di tacco che manda in rete un compagno. 

Ed ecco che l’umile Emanuele ha preferito essere l’uomo giusto al momento giusto, quello che vede il campo per pochi minuti ma che per il mister è importante, alla Juventus, invece che quello che può spostare gli equilibri delle partite a Cesena.

LE ORIGINI Emanuele Giaccherini, nato a Talla, un paesino vicino Arezzo, il 5 maggio 1985, si è fatto tutta la gavetta, da Forlì a Pavia, approdando a Cesena. Una rapida e sgusciante ala sinistra, un giocatore che chiunque avrebbe definito “da piccola squadra”. Immaginiamoci per un attimo la faccia dei tifosi della Juventus, alla spasmodica ricerca del Top Player, quando hanno sentito “Giaccherini è della Juventus“. Brividi lungo la schiena, eredità della sventurata esperienza del Malaka Martinez.

Eppure si è ritagliato il suo spazio, ed è diventato importantissimo nelle gerarchie di Antonio Conte: con lui ha fatto praticamente tutto. Il centrale di centrocampo, la mezzala, l’esterno nel 3-5-2, la punta. Sempre con abnegazione, senza mai risparmiarsi. Fino alla convocazione in nazionale, all’Europeo, in cui parte titolare contro la Spagna degli invincibili. I brividi adesso corrono sulla schiena di tutti i tifosi azzurri, ma ormai gli juventini lo sanno: il buon Emanuele non sarà un fenomeno, ma finchè sarà in campo darà il 120%.

IL TREQUARTISTA A moltissimi ha fatto storcere il naso l’idea di Giaccherini trequartista contro il Brasile, la frase più ricorrente è stata “gioca in nazionale solo perchè è della Juve“. Ma quelli come lui non rispondono alle critiche nelle interviste, fanno parlare il campo: ha corso, si è sbattuto finchè il mister non l’ha richiamato in panchina, prima da trequartista e poi da centrale di centrocampo. A fine primo tempo tutti a lamentarsi di Giaccherini sul 2-0 per il Brasile, avanti per un episodio e un contropiede, mentre l’Italia ha creato numerose palle gol.

Per giocare con la nazionale farei anche il portiere, sono a disposizione per fare qualunque cosa pur di vestire questa maglia“. E’ questo lo spirito che ha portato l’umile Giaccherini dal suo paesino in Toscana a Ginevra da titolare con la maglia della nazionale. Magari gioca poco, ma quando lo fa si sente: quest’anno ha messo una pietra importante sullo scudetto, andando a segno al 92′ nella giornata in cui il Napoli ha perso, mandandolo a -9. Un gol ogni 294 minuti, meglio di Pandev, uno che l’attaccante lo fa di mestiere, che è andato a segno ogni 518 minuti.

IL GREGARIO Oggi vogliamo celebrare i gregari, quelli che in ogni squadra vincente ci sono sempre stati, senza mai un lamento o una parola di troppo, soffrendo ed incitando i compagni dalla panchina: “Giaccherini rappresenta il nostro entusiasmo“, ha detto Conte, e non importa se in campo o in panchina. Con queste parole ci torna in mente l’Italia del 2006: Oddo che faceva il parrucchiere, Barone che ha sperato fino all’ultimo nel suo momento di gloria durante la cavalcata di Inzaghi contro la Repubblica Ceca. Storie di gregari vincenti, come il buon Emanuele.