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Il Grande Torino, chi è che non ha mai sentito parlare di questa leggendaria squadra, della tragedia di Superga, di Valentino Mazzola…Il Grande Toro è probabilmente la prima squadra a cui si pensa quando si parla di squadre leggendarie. Il primo numero di “Noi siamo Leggenda” non poteva che essere dedicato a lei.

 

LA GENESI DEL MITO- Il ciclo del Grande Torino comincia nell’estate del 1939, quando il club viene acquistato da Ferruccio Novo un industriale che da ragazzino aveva anche vestito la maglia granata. Novo cercò di riorganizzare la struttura dirigenziale rendendola più simile a quella delle squadre inglesi. Si circondò di dirigenti capaci come Giacinto Ellena, Rinaldo Agnisetta e Roberto Copernico. Ad allenare le giovanili fu chiamato Leslie Lievesley, mentre la prima squadra andò a Ernest Egri Erbstein, ebreo che allenò a lungo sotto falso nome per scampare alle leggi razziali. Al 1939 risale anche l’acquisto del primo tassello del Grande Toro, l’attaccante 18enne proveniente dal Varese, Franco Ossola. Nel campionato  1940/1941 Ossola segnerà quattordici reti in ventidue presenze, ma il Toro è ancora lontano dal divenire grande e chiude la stagione al settimo posto a nove punti dal Bologna campione d’Italia. Ma Novo non si accontenta e potenzia ulteriormente la squadra con dei grandi acquisti. Il primo è l’ala sinistra, campione del mondo 1938, Ferraris II dall’Ambrosiana, l’ala destra è Romeo Menti acquistato dalla Fiorentina. Ma il capolavoro di Novo è portare sull’altra sponda di Torino, tre fenomenali giocatori della Juventus: Alfredo Bodoira, Felice Borel e Guglielmo Gabetto.

 

LOIK, MAZZOLA E IL SISTEMA- Ma il cambiamento non sta solo negli uomini ma anche nella disposizione tattica. Il Torino fino a quel momento aveva adottato il cosiddetto “metodo” che era un sistema di gioco difensivo che aveva portato la nazionale italiana di Vittorio Pozzo a laurearsi due volte campione del mondo. In Inghilterra però da qualche tempo si adottava un modulo più spettacolare e offensivo: il  Sistema o WM. Questo era una sorta di 3-2-2-3, c’erano cioè tre difensori, due mediani, due mezzepunte più avanzate rispetto ai mediani, e poi i tre davanti ossia un centravanti e due ali molto alte e larghe. Per adottare questo modulo, Novo cambia la guida tecnica e chiama l’allenatore ungherese Andreas Kuttik. Inizia così la stagione 1941/1942, il Torino è tra le favorite, ma deve accantonare le sue velleità tricolori dopo una sconfitta contro il Venezia guidato da due campioni straordinari Ezio Loik e Valentino Mazzola. Novo rimane stregato dalle gesta dei due giocatori del Venezia e fa di tutto per portarli a Torino riuscendoci nell’estate del 1942 pagando un milione e quattrocentomila lire per strapparli alla concorrenza della Juventus. Il Grande Toro è pronto.

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LA PRIMA GIOIA TRICOLORE- La stagione successiva, 1942/1943, vede la vittoria del primo storico scudetto del Grande Torino. Il campionato è caratterizzato da un testa a testa con la matricola Livorno, che si risolve all’ultima giornata quando i granata vincono a Bari grazie ad un gol di Valentino Mazzola e si laureano campioni d’Italia per la prima volta nella loro Storia. Quell’anno l’undici di Kuttik riesce a vincere anche la sua prima coppa Italia, vendicandosi della sconfitta dell’anno precedente proprio contro il Venezia. L’incontro giocato sul neutro di Milano finisce 4-0 per i granata per effetto della doppietta di Gabetto, della rete di Ferraris II e del gol dell’ex di Valentino Mazzola. Il Toro è diventato Grande.

 

IL TORO E LA GUERRA- Il 1944 è un anno travagliato per l’Italia, spaccata in due dalla linea gotica e devastata dagli effetti di una guerra che ormai nessuno vuole più, e il calcio ovviamente ne risente. Quell’anno il campionato di serie A viene diviso per le evidenti difficoltà logistiche in gironi. Il Torino è nel girone Ligure-Piemontese del campionato del nord Italia. Per evitare che i propri giocatorie2350da73dda97d33077b46abc3c1390030403 vengano chiamati a combattere in guerra, Novo trova una storica collaborazione con la Fiat, che assume formalmente i giocatori granata come operai indispensabili alla produzione bellica, riuscendo a evitargli di essere chiamati alle armi. Nonostante le difficoltà la squadra viene rinforzata anche grazie al caso, in granata arrivano il portiere della Fiorentina, Griffanti, e l’attaccante della Lazio, Silvio Piola. Quest’ultimo era salito in Piemonte per prendere la famiglia e portarla con sé a Roma, ma a causa della guerra non era riuscito a tornare nella capitale. Il Torino vince il suo girone e si qualifica per la finale a tre di Milano contro Spezia e Venezia. Uscendo però sconfitto anche a causa di una partita della nazionale giocata a due giorni dalla partita contro lo Spezia per motivi di propaganda che stanca i giocatori granata, che perderanno 2-1 contro i liguri. L’anno successivo, in un’Italia da ricostruire, non si disputa la tradizionale serie A a girone unico, ma una serie di campionati. Il Torino partecipa al campionato dell’alta Italia. E’ un Toro rinforzato dagli arrivi di Mario Rigamonti, del portiere Bacigalupo e del terzino Ballarin. I granata stravincono il campionato, dopo un duello con la Juventus, battendoli nel derby alla penultima giornata e schiantando il Livorno al “Filadelfia” nell’ultimo turno segnando nove reti. E’ ancora scudetto per gli uomini del neo tecnico Ferrero.

 

IL QUARTO D’ORA GRANATA– Nei due campionati successivi, tornati a girone unico, il Toro si laurea campione d’Italia altre due volte.  Nel primo, i granata mostrano un gioco spumeggiante antesignano del calcio totale, in cui vanno in rete tutti. Dalle punte ai centrocampisti fino ai difensori che salgono sulle palle inattive. Il dato più significativo sono i ben 104 gol realizzati nella sola stagione 1946/1947. Nel secondo, i granata hanno un nuovo allenatore,  Mario Sperone, ma la musica non cambia. I granata sono inarrestabili e rifilano goleade a chiunque gli si pari davanti , guidati dalle magie di Valentino Mazzola e di Guglielmo Gabetto che chiudono rispettivamente con 25 e 23 reti realizzare. Un’inezia in confronto alle 125 totali della squadra. Il Toro è ancora campione. E’ proprio in questi anni che nasce il mito del quarto d’ora granata. Ossia quindici minuti scanditi dal suono di una tromba nella tribuna del “Filadelfia”, nel quale i leggendari giocatori del Grande Torino si scatenavano. Di solito gli uomini di Ferrero prima, e di Sperone poi, cincischiavano tutto il primo tempo finchè a inizio ripresa non partiva il quarto d’ora granata e i gol fioccavano a grappoli. Una dimostrazione della manifesta superiorità granata.

 

LA TRAGEDIA DI SUPERGA– Nella stagione 1948/1949 il Torino è, come al solito, la grande favorita della serie A. Il torneo viene vinto senza particolari patemi, non dominando, ma gestendo alla perfezione la stagione riuscendo ad arrivare allo scontro diretto con l’Inter con 4 punti di vantaggio. La partita finisce 0-0 e il Toro è ormai a un passo dal quinto tricolore consecutivo.  Martedì 3 maggio 1949, il Torino è atteso da un’amichevole a Lisbona contro il Benfica. I granata, allenati ora da Lievesley, partono alla volta del Lo schianto del trimotorePortogallo e perdono 4-3 in terra lusitana, sconfitta che sarà uno scherzo a confronto di quanto accadrà nel viaggio di ritorno, l’ultimo. Il rientro era fissato per il giorno seguente, il 4 maggio, i granata partono a bordo di un trimotore delle aviolinee italiane. La visibilità è scarsa a causa di una fitta nebbia che avvolge le colline torinesi, il trimotore finisce fuori rotta e termina la sua corsa in maniera tragica schiantandosi contro le mura di sostegno della basilica di Superga. I trentuno passeggeri tra calciatori, tecnici, dirigenti e giornalisti muoiono all’istante nell’impatto. E’ la fine della più grande squadra che il calcio ricordi, è il momento in cui il Grande Torino abbandona i prati verdi dei campi di calcio per restare nei leggendari ricordi di chi assiepava le tribune del “Filadelfia” e di chi, ancora oggi, non può che far precedere il nome di quella squadra leggendaria dall’aggettivo che più le si addice: Grande.

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