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Il calcio è la nostra passione e il luogo in cui si accende e arde non è altri che lo stadio. In un panorama in cui la televisione ci fa continuamente ingurgitare dosi massicce di calcio, lo stadio mantiene ancora la magia che questo magnifico sport riesce a trasmettere. Le chiacchiere intorno a questo gioco, spesso futili, sono all’ordine del giorno, quindi niente di meglio che rifugiarsi nella storia e nelle origini del vero mondo del pallone e dei suoi gloriosi “teatri”. Ogni sabato ripercorreremo la storia e le curiosità di alcuni impianti che hanno reso celebre il nostro amato calcio.

maracana

Il 27 aprile è tornato a vedere la luce, dopo 2 anni di lavori di riammodernamento, il Maracanã, nel quale si è giocata un’amichevole tra gli Amici di Ronaldo e gli Amici di Bebeto, vinta 8-5 dai primi, davanti ad un pubblico composto esclusivamente da invitati, tra i quali le famiglie degli operai che hanno lavorato nell’enorme cantiere. Partendo da questa notizia e dai prossimi avvenimenti sportivi che si svolgeranno in Brasile (Confederations Cup 2013, Mondiali di calcio 2014, Olimpiadi 2016) credo sia doveroso parlare del memorabile passato di questo stadio e di alcuni momenti indimenticabili svolti al suo interno. Cerchiamo di rivivere quindi il sapore del Maracanã del passato, sostituito oggi da uno stadio che sarà diametralmente diverso da quello originario, con pannelli fotovoltaici sul tetto, un impianto idrico che riciclerà l’acqua piovana e, quel che più conta, numerosi negozi all’interno.

La costruzione del Maracanã, che prende il nome dal quartiere nella zona nord di Rio de Janeiro in cui sorge, inizia nel 1948, quando il Brasile si è da poco visto assegnare l’organizzazione del Mondiale di calcio del 1950. L’idea è quella di costruire un impianto grandioso, che faccia da simbolo alle celebrazioni dei brasiliani. Infatti i verdeoro sono sicuri di portarsi a casa la Coppa Rimet, sfuggita nel 1934 e nel 1938 (sconfitta in semifinale dall’Italia), e vogliono preparare tutto al meglio per la manifestazione che avrebbe dovuto incoronarli finalmente campioni del mondo. Lo stadio è pronto poco prima dell’inizio dei Mondiali e l’inaugurazione avviene il 16 giugno 1950 con una partita tra la rappresentativa di Rio de Janeiro e quella di São Paolo, vinta 3-1 da questi ultimi. Il primo gol realizzato in questo impianto è realizzato da Didí.

Lo stadio ha una pianta circolare, formata da due anelli. La capienza originaria è di 165.000 così distribuiti: 100.000 posti a sedere non numerati nel 2°anello, 35.000 posti a sedere numerati nel 1°anello, 30.000 posti in piedi nel parterre. Questo incredibile numero ne ha fatto subito lo stadio più capiente al mondo, nonostante i vari ammodernamenti abbiano portato negli ultimi anni la capienza a 92.000 posti. Solo nel 1964 lo stadio venne ribattezzato Estadio Mario Filho, in onore di un giornalista che con grande forza aveva appoggiato la costruzione dell’impianto, ma di fatto lo stadio è rimasto e rimarrà sempre per tutti Maracanã. A differenza degli impianti classici per il calcio, in questo non tutti gli spettatori possono godere di una buona visibilità: alcuni posti distano più di 100 metri dal centro del campo. Il fascino di questo stadio va però aldilà della visione della partita perché è l’atmosfera che si vive in questo impianto mastodontico a regalare le maggiori emozioni.

Tra le tantissime gare disputatesi in questo stadio una partita spicca rispetto a tutte le altre. Racconteremo quella storica e disastrosa, per il Brasile, finale che tutti identificano indissolubilmente con questo stadio tanto da venire identificata con un nome ben preciso: O Maracanaço, il disastro del Maracanã. Il Mondiale del 1950 fu disputato con una formula particolare: il titolo venne assegnato non con una finale in gara unica, ma al termine di un girone finale all’italiana tra le nazionali che avevano vinto i quattro gironi che costituivano la prima fase del torneo. A contendere ai padroni di casa il titolo nel girone finale vi erano Uruguay, Spagna e Svezia. Il 9 luglio la Seleção si sbarazzò facilmente della Svezia per 7-1. Solo 4 giorni dopo fu la Spagna ad essere travolta, questa volta col risultato di 6-1. Ad una giornata dal termine la classifica era: Brasile 4pt, Uruguay 3pt, Spagna 1pt, Svezia 0pt. Lo strapotere brasiliano sembrava inarrestabile e nell’ultimo match con l’Uruguay sarebbe bastato anche un pareggio ma questo non veniva minimamente considerato: la vittoria sembrava certa, considerato l’ampio scarto di gol con cui i brasiliani avevano vinto le prime due partite del girone finale. L’ultima gara assunse le caratteristiche di una mera formalità prima di conquistare la tanto agognata Coppa Rimet. I brasiliani affrontarono la vigilia con grande giubilo, come se la Seleção avesse già vinto e migliaia di magliette con la scritta “Brasil campeão 1950” vennero vendute in poche ore. Il 16 luglio, alle ore 15:00 arrivò finalmente il momento della partita e gli spettatori paganti risultarono ufficialmente 173.850, ma in realtà quelli presenti furono 199.854, ancor oggi un record imbattuto. Il primo tempo vide i brasiliani, con la loro solita casacca bianca, all’attacco senza però trovare la via della rete così da concludere il primo tempo 0-0. Il secondo tempo si aprì con la rete che tutti aspettavano e che sembrò porre fine al match: al 47’ Friaça portò in vantaggio la Seleção. Al 66’ arrivò il pareggio uruguaiano firmato da Schiaffino. Il pareggio avrebbe potuto anche bastare al Brasile ma incredibilmente questo gol, questo imprevisto alla loro festa, di fatto tagliò le gambe ai brasiliani che smisero di giocare e così la pressione della Celeste aumentò finché Ghiggia al 79’ realizzò il 2-1 che portò l’Uruguay sul tetto del mondo. L’Uruguay venne poi premiato in un clima surreale. Fu proprio lo stesso Jules Rimet a consegnare il trofeo e le sue parole sono esplicative dell’atmosfera appena dopo il fischio finale: «Era stato tutto previsto, tranne la vittoria dell’Uruguay. […]Ma ecco che, mentre camminavo per i corridoi, il tifo infernale si interruppe. Alla salita del tunnel, un desolante silenzio dominava lo stadio. Né guardia d’onore, né inno nazionale, né discorso, né solenne premiazione. Mi ritrovai da solo, con la coppa in braccio e senza sapere cosa fare. Nella confusione, scorsi il capitano dell’Uruguay, Obdulio Varela, e quasi di nascosto, stringendogli la mano, gli consegnai la statuetta d’oro e me ne andai, senza riuscire a dirgli neanche una parola di congratulazioni per la sua squadra».

Tra il pubblico brasiliano lo sconforto fu tale che non si esagera se si afferma che quella sconfitta rappresentò un vero e proprio lutto nazionale e per cancellare ogni segno di quella giornata funesta la divisa brasiliana cambiò colore, passando dal bianco al verdeoro. Già allo stadio si contarono una decina di infarti e nelle ore successive vi furono anche alcuni suicidi (chi data la disperazione, chi per aver perso tutto dopo aver scommesso sui padroni di casa), il cui numero esatto è impossibile da stabilire ma anche qui dovrebbe trattarsi di almeno una trentina di casi. Il tempo non ha lenito questa disfatta e come racconta Barbosa, il portiere titolare di quella Seleção, ancora negli anni ’90 veniva designato come il maggior imputato della sconfitta: «Sono quasi cinquant’anni che pago per un crimine che non ho commesso e continuo a vivere come fossi incarcerato. La gente dice ancora che sono il colpevole. […] È stato in un pomeriggio degli anni ’90, una signora mi indicava mentre diceva ad alta voce a suo figlio che io ero l’uomo che aveva fatto piangere il Brasile». Non andò meglio all’allenatore, Flávio Costa, che ricevette grandi critiche e dovette rifugiarsi in Portogallo prima di tornare in sella al Brasile nel 1955; ecco alcune sue parole: «Schiaffino fu l’imprevisto che mise a tacere ogni nostra ambizione». Da sottolineare fu anche lo stupore dei giocatori uruguaiani, increduli di aver violato quel grande stadio e di aver rovinato una festa annunciata. Ecco un ricordo di Máspoli, portiere della Celeste: «Il silenzio dopo il nostro gol fu qualcosa di terribile. Lo stadio sembrava morto e io pensai: il Brasile non vincerà». A sottolineare la forza del Brasile del 1950 e della grande occasione sfruttata dall’Uruguay quel giorno intervengono le parole del capitano uruguaiano Obdulio Varela: «La nostra vittoria è stata una casualità. Il Brasile era una macchina: ci hanno preso a pallonate. Avessimo giocato cento volte avremmo vinto solo quella volta». Chiudiamo con la celebre frase di Alcides Ghiggia, colui che realizzò il gol del 2-1: «Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io».

 Foto-Ghiggia-Maracanazo

Potevamo parlare di altre storie avvenute in questo stadio: le grandi sfide tra Flamengo e Fluminense o quelle tra Botafogo e Vasco da Gama, il millesimo gol segnato da Pelé o le centinaia di reti realizzate da Zico, il maggior goleador in questo impianto. Ma tutte sarebbero state offuscate dal Maracanaço, ricordo indelebile di questo stadio, una ferita ancora aperta per i brasiliani che si augurano possa venire definitivamente chiusa nel 2014 con la vittoria del Mondiale in casa.

A sabato prossimo con la storia di un altro mitico impianto.

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