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lavagna tattica

Il turno infrasettimanale può scomodare: il viaggio, le compressione dei tempi, gli acciacchi. La Fiorentina non ha bisogno dell’aereo per affrontare i cugini nemici. Si va a Siena: incontro fondamentale per la squadra di Beppe Iachini. L’allenatore di Ascoli Piceno propone inizialmente un undici più difensivo, rinunciando al doppio trequartista. Fuori Sestu e Rosina. Reginaldo ed Emeghara, scelti come terminali offensivi, conducono sempre un pressing alto per limitare le traiettorie di passaggio tra i difensori avversari ( i primi portatori  del possesso ). La Viola, priva di Aquilani, Ljajic e Tomovic, si affida al 4-3-3. Così, almeno, nel momento in cui inizia l’azione, con Savic che si allarga nelle vesti di terzino destro, ma senza oltrepassare il mantenimento della posizione. In zona offensiva è un 3-5-2: Larrondo vicino a Jovetic; Cuadrado e Pasqual sugli esterni. Bisognava rinunciare a uno tra Pizarro e Borja Valero per esigenze di “turnover”: resta fuori il cileno; lo spagnolo regista; Matias Fernandez e Migliaccio intermedi.

Siena: se sei abituato a vestire sempre quella giacca, nel momento che la cambi non ti riconosci. Sarebbe come chiedere ad Aristofane di non scrivere commedie. Risultato: dispersione. E infatti nel primo tempo il Siena cerca in tutti i modi la carta d’identità. Il positivo è da rimarcarsi nella fase iniziale di pressing: giusto andare ad attaccare alta una squadra che fa della circolazione il suo dogma. Nella ripresa, dopo 45 minuti trascorsi più che altro a vagheggiare, la squadra riprende la sua struttura, quella che andava a ricercare senza risultati: si ritorna con Rosina e Reginaldo alle spalle di Emeghara. Difficile capire come nella partita che ti assegna il paradiso o l’inferno si abbia rinunciato al trequartista italiano. È il più inventivo della squadra: centra infatti lui stesso la traversa nell’unica occasione creata.  Presto per dare giudizi su Emeghara; per l’impressione è sufficiente una volta: non eccelle in nulla, ma è veloce in tutto. Inutile girare intorno a favelle ipotizzate: la squadra è a -6 punti dalla salvezza, con due partite da giocare ( Napoli e Milan ). Non certo l’ambiente stabile e semplice che ogni organizzazione aziendale sogna.

Fiorentina: è una squadra che aprirebbe mille scenari, ma siccome si tratta di un articolo e non di un dossier, meglio riporre la Treccani sullo scaffale.
Partiamo dal principio: Jovetic. Fuori luogo discutergli tre cose: talento, impegno, corsa. Se il suo rendimento è coinciso con il cambio di modulo ( dal 3-5-2 al 4-3-3 ) non è un caso. Lui è una seconda punta, come centravanti è costretto: in quel frangente si priva della sua qualità maggiore: quella di uscire dalla marcatura per giocare il pallone. Vero che Montella non ha potuto rinunciare ai due esterni alti, vista l’esplosione di Ljajic e Cuadrado, ma ora bisognerà capire che cosa ne sarà della ” contestualizzazione ” di Jovetic. Nella sfida di Siena si è visto abbastanza solo, non essendo Larrondo un partner ideale per scambi stretti e ravvicinati. La partita viene decisa da Gonzalo Rodriguez ( 6 gol in campionato ). Difensore che ha controlli di palla di alta scuola, ha vissuto una seconda parte di stagione un po’ sottotono dal punto di vista fisico: è normale se hai subito infortuni pesanti in carriera. Il tempo della ri-abitudine.

Borja Valero, impiegato come regista, ha giocata una gara da sette in pagella , essendo giocatore di qualità efficientissima, ma ha parafrasato un concetto chiaro: non é il suo ruolo. Non è questione di lentezza, ma il regista è un compito delicatissimo, ci vuole tanta gavetta e rapidità di scelta. Ledesma della Lazio, ad esempio, è più lento di Borja Valero, ma ha una rapidità di pensiero eccezionale: nel momento in cui gli arriva la palla, ha già in mente il passaggio da effettuare. Letteralmente, funziona così. Borja Valero è centrocampista di personalità immensa, nel senso che la palla per lui non scotta mai. Inferiore come numero di passaggi effettuati soltanto a Pirlo e Montolivo ( ma lo spagnolo gioca mezz’ala ! ). Prende anche un palo: ricapitolando, prostriamoci ad un inchino doveroso.

Si è visto Mati Fernandez: 42 passaggi effettuati ( 40 giusti, 2 sbagliati ), un gol sfiorato, e tre invenzioni: quella che ha favorito il primo gol; l’assist per Larrondo, che sciupa malamente un occasione d’oro; il passaggio per Jovetic dietro la linea dei difensori: azione poi terminata in un nulla di fatto per tempi di pensiero prolungati del numero 8: col passaggio di prima avrebbe trovato El Hamdaoui libero in area. Un mistero che il marocchino abbia giocato così poco. Tecnica spaventosa.
Si può dire che Mati abbia fatto la differenza, anzi è un dato oggettivo. Per la prima volta in quest’annata piena di infortuni e sfortune per lui, ci ha dato prova della sua classe.

Nielsen, attraverso una magistrale spiegazione, scriveva che ci sono tre tipi di giocatori : ” Quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi spazi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove avevi pensato anche tu. Poi ci sono quelli che all’improvviso, ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che tu stesso e tutti gli altri avreste potuto vedere se aveste potuto osservare attentamente. infine, ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci. Questi sono i profeti. I poeti del gioco “.