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FBL-ITA-JUVENTUS-ATALANTA

Lettera ad Alessandro Del Piero

Caro Ale ti scrivo, lo faccio senza velleità letterarie o giornalistiche, lo faccio in qualità di tuo semplice ammiratore o, come mi piace definirmi, come un tuo seguace. Ti scrivo perché oggi è il 13 Maggio, per molti un giorno normale, come tutti gli altri. Ma non prendiamoci in giro.
Sia io che te (e qualche altro milione di persone), sappiamo benissimo cosa è successo il 13 maggio dello scorso anno. Già, un anno, tanto è passato dalla tua ultima partita in serie A, da quello stranissimo Juventus-Atalanta. E’ stato strano fin dall’inizio, quando dopo un contrasto ti sei accasciato e sembrava che la tua partita, la tua ultima partita dovesse finire così. Nel modo più ingiusto possibile. Ma quel 13 maggio si è materializzata la perfetta sintesi della tua carriera, cadere e poi rialzarsi più forte di prima. Vedere quel gol, il tuo ultimo gol in serie A è stato quasi naturale, quasi un atto dovuto. Non potevi andartene senza regalare ancora una gioia, ancora un’emozione. E’ stato strano vederti lasciare il campo, di rosa vestito, in un’enorme bolla di lacrime. Vederti uscire tra quarantamila persone accorse per festeggiare uno Scudetto, accortesi che la festa da quel momento in poi non sarebbe stata più una normale festa. Alla gioia si sostituiva il dolore di non vederti più con quella maglia, di non poter più sperare di scorgerti mentre ti preparavi ad entrare dalla panchina in una partita storta, di non poter più festeggiare nel momento in cui si conquistava un calcio di punizione dal limite, non avere più la Juventus nella Juventus. E’ per questo che ti hanno acclamato caro Ale, che ti hanno fatto rialzare dalla panchina e fare il giro di tutto lo stadio, era come se ti volessero dire “dai Capitano resta ancora un po’ con noi, non andartene così”.

Ora è passato un anno. Lo scenario non è così diverso, i tuoi compagni sono all’interno dello Juventus Stadium gremito come al solito. C’è un podio al centro del campo, vengono chiamati ad uno ad uno a ricevere la loro medaglia per aver vinto il campionato. Poi arriva il momento di alzare la coppa e, ne sono certo, per un attimo tutti si saranno chiesti “come faranno ad alzarla senza il Capitano?”. Eppure ad alzarla ci sono delle mani forti, avvolte in un paio di guanti che sollevano il trofeo con un gesto deciso, come se ci fosse fretta di sottrarsi a quella responsabilità, la responsabilità di alzare una coppa al posto tuo.  Quelle sono le mani del tuo amico, Gigi Buffon. Per carità, ripeto, mani forti, mani leggendarie, mani di un grande uomo, di un grande capitano, le mani del portiere più forte di tutti i tempi probabilmente. Sì, ma non erano le tue mani. Questa volta non c’era nessuno ad alzare lentamente la coppa, a baciarla ad occhi chiusi come si farebbe con un figlio e a portarla verso il cielo con amore e fierezza. Non è la stessa cosa, nulla contro Gigi ma non è la stessa cosa.

E’ passato un anno dicevamo. A proposito ti ho seguito sai? Ti ho visto calarti nella nuova esperienza australiana, ho visto come cercavi di far capire ai tuoi nuovi compagni  come ci si dispone in campo, come si corre dietro un pallone geniale e come ci si deve muovere per valorizzare il genio. Non essere troppo duro con loro, non è colpa loro se non avevano mai giocato con un genio. Cos’altro ho visto? Ah ovviamente ti ho visto correre come un ragazzino, come se la tua carriera fosse agli inizi e dovessi ancora dimostrare di essere un buon calciatore, ho visto con quanta meticolosità sistemavi il pallone prima di battere un calcio di punizione, quanta rabbia ti ha procurato un rigore sbagliato e quanta gioia un gol qualsiasi contro l’ultima in classifica. Ho visto la generosità, la voglia, la grinta che c’hai messo dalla prima all’ultima partita, non ho notato differenze con quella che hai messo nella finale dei mondiali. E poi naturalmente, caro Ale, ho visto la tua dote migliore: la fedeltà. Ho visto i volti preoccupati dei tuoi nuovi tifosi quando si parlava di un tuo trasferimento in Brasile a fine stagione, poverini loro ancora non lo sapevano. Loro non sapevano come ragiona un Capitano in queste situazioni. Loro non lo sapevano che “un cavaliere non abbandona mai la sua Signora”.

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