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“…che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.”

Così parlava Martin Luther King nel lontano (ma neanche troppo) 1963. Altri tempi, altro Paese, diverse condizioni per le minoranze. Oggi ci ritroviamo in Italia, nel 2013, a riparlare delle stesse questioni. Ovviamente la portata è ben più banale rispetto a ciò per cui lottavano i “blacks” americani degli anni ’60: si parla di calcio, ma la discriminazione nello sport ha un effetto mediatico di ampio respiro. Se ne parla tanto, spesso a vanvera e per questo vale la pena impiegare qualche minuto per poterci riflettere su.

Sono freschi di giornata i “buuuu” razzisti a Balotelli durante la partita tra Milan e Roma, cosa non rara nei confronti dell’attaccante della nazionale. Ancora più impresso nelle nostre menti è il gesto di Boateng, che durante l’amichevole contro la Pro Patria si toglie la maglia e la scaglia contro i tifosi avversari, rei di insultarlo “come un animale”. Per i meno giovani (si fa per dire) è facile ricordarsi anche di Zoro, ex giocatore del Messina che fermò letteralmente una partita contro l’Inter a causa degli insulti a sfondo razziale che gli aveva rifilato durante il match il pubblico interista. Questi episodi sono la punta dell’iceberg di chissà quante altre bassezze, che i giocatori (e non solo) di colore sono costretti a subire nel nostro bel Paese, aperto, moderno e avanzato. Triste, davvero triste. Ma fatemi fare per una volta l’avvocato del diavolo.

Negli stadi italiani se ne vedono ormai di tutti i colori: risse, fumogeni, agguati, lanci di oggetti e così via. L’insulto è una cosa che esiste nel calcio da tempo immemore, che sia per incutere timore all’avversario, che per effettivamente offenderlo. Assistiamo ogni settimana ai “bruciali col fuoco” nei confronti dei supporters del Napoli, “– 39” per offendere la memoria delle vittime bianconere dell’Heysel, rievocazioni della strage di Superga e per finire addirittura cori goliardici come “Padre Pio terùn” per toccare la sensibilità dei devoti tifosi del Foggia. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Siamo ad un livello di dignità che definire zero è già tanto, con sane rivalità sportive trasformate in vere e proprie guerriglie.

Lungi da me generalizzare e condannare l’intero popolo delle tifoserie italiane, ma quello che stiamo vivendo è un problema grosso. E chi paga in tutto ciò? Le società, tartassate settimanalmente da multe comminate dal signor Tosel e che possono fare ben poco per evitare. Un modo ci sarebbe: identificare i colpevoli e cacciarli a vita da un luogo di sport e fair play come (almeno una volta lo era) lo stadio. Ma quale società si prenderebbe una responsabilità del genere? Come si gestirebbero le reazioni delle tifoserie organizzate da cui (purtroppo) spesso provengono i danni maggiori?

Tornando al razzismo, il mio punto di vista è che non siamo alle prese con un fenomeno di discriminazione, di ghettizzazione o di celebrazione di una razza anzichè di un’altra. La lista di nefandezze prima elencata era mirata a spiegare la mia interpretazione del fenomeno: l’insulto razziale è solo il metodo più offensivo e subdolo per aggredire verbalmente un avversario. In Italia, come detto, si usano eventi tragici, appartenenza territoriale, problemi familiari e ciò che esiste di peggio; nei confronti dei calciatori di colore, questa è l’arma più affilata che esista. Partendo da questo punto, si potrebbe interpretare il fenomeno in maniera diversa, cercando quindi nuovi metodi per combatterlo.

Martin Luther King aveva il suo sogno. Beh, in Italia un sogno ci sarebbe.  Stadi che ritornino luoghi per famiglie, applausi, coreografie, sfottò tra tifoserie rivali. Addio insulti, addio violenze, addio aggressioni. Uno sport sano, che faccia vivere passioni e non odio. Un modo per vivere questo sogno? Collaborazione delle società, inflessibilità nei confronti dei colpevoli, condanna da parte dei tifosi per bene. In Inghilterra, un tempo terra di Hooligans e violenza, tutto ciò è stato possibile. Perchè da noi no? Suarez è stato squalificato per 8 giornate dopo aver chiamato “negrito” Evra; da noi ogni settimana le società si beccano fior fior di multe  ed i colpevoli ritornano ogni volta allo stadio più aggressivi di prima. Riflettiamo