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Alzi la mano chi pensava che il Real di Mourinho avrebbe surclassato l’Atletico. Probabilmente gli unici che credevano ciecamente in una vittoria dello Special One erano soltanto i suoi ultimi, accaniti e strenui fans. Una partita nervosa, giocata sul filo del rasoio e con i nervi a fior di pelle, un derby. I derby, spesso anche se non sempre, vengono vinti dalla squadra più affiatata, quella che riesce a mantenere la mente lucida e a non cadere nel nervosismo.

I derby sono una guerra di nervi, e la squadra più affiatata ha più possibilità.

PROBLEMI A MONTE Non è un problema di questa sera, la partita secca si può perdere, e senza patemi d’animo. Il problema è che il Real Madrid, nella gestione Mourinho, raramente ha dimostrato di essere una squadra e non una sfilata di prime donne. Prime donne fortissime, ma quello rimangono.

Niente campionato, in favore del Barcellona più brutto degli ultimi 5 anni. Niente Champions League, in favore di un Borussia Dortmund troppo più affiatato, anche se inferiore sulla carta. Niente Coppa del Re, in favore di un Atletico Madrid lontano anni luce tecnicamente, ma molto più squadra.

IL GRUPPO La forza del Vate di Setubal è sempre stata il gruppo: nelle squadre allenate da lui i compagni erano disposti a dare un braccio l’uno per l’altro, Eto’o faceva il terzino e Sneijder ripiegava. Se i giocatori non remano tutti nella stessa direzione succede l’annunciato disastro di quest’anno: Casillas fa la panchina a Diego Lopez, Sergio Ramos fa il capitano dissidente, e il solo Cristiano Ronaldo non può cantare e portare la croce se i compagni non lo aiutano.

Mezzi tecnici al servizio del gruppo, e non della gloria personale. Il Real avrebbe avuto gli interpreti per schiacciare chiunque in Europa se avesse giocato come il Bayern, con tutti che remano nella stessa direzione.  E invece i bavaresi, con un tasso tecnico simile, se non leggermente inferiore, si sono dimostrati degli schiacciasassi, al contrario del Blancos.

LA SCINTILLA A Madrid non è scoccata la scintilla: al Porto, al Chelsea e all’Inter i giocatori si sarebbero tuffati nel fuoco per lui, a Madrid probabilmente ce lo avrebbero buttato dentro. Un comunicatore, un motivatore come Josè Mourinho ha bisogno di un gruppo compatto, altrimenti il messaggio va perduto, e alla prima difficoltà la squadra si sfalda e lo splendido giocattolo milionario si rompe.

Sarebbe troppo facile ironizzare ora sugli “zeru tituli”, oltre che irrispettoso verso un allenatore che ha vinto tutto. In bocca a lupo quindi a Josè Mourinho per il suo bis a Londra, augurandogli che la scintilla scocchi per tornare a fare quello che gli riesce meglio: vincere, essere amato dai suoi e odiato dagli altri.