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Anticipo secco nettissimo di Berti. Contropiede ancora Berti. Berti! Berti! Tiro e Gol! Straordinario gol di Berti. Eccezionale Berti col 2-0!”

Nelle parole di Bruno Pizzul, celebre commentatore della nazionale per la Rai, c’è tutto Nicola Berti. Un giocatore infaticabile con un grandissimo senso del gol, per uno che come lavoro faceva il mediano e in qualche occasione la mezzala. Personaggio indelebile per la memoria dei tifosi interisti, si è distinto in carriera per il suo anti-milanismo palese dettato da frasi come “Meglio sconfitti che milanisti”.

Cresce nelle giovanili del Parma, squadra che gli regala l’esordio in A nel 1982. Passerà 3 anni non esaltanti prima di passare alla Fiorentina. Altri 3 anni e arriva il momento della chiamata di una grande, l’Inter di Trapattoni. Il trasferimento, concluso per la cifra di 7 miliardi di Euro, porta il giovane Nicola in quella squadra che gli regalerà subito il primo scudetto. Sembrava l’inizio della nuova era calcistica in Italia. L’Inter dei tedeschi dopo il Milan degli olandesi. Non fu così, e quello dell’89 resterà l’unico titolo nazionale di Berti con la maglia nerazzurra. Il ragazzo di Salsomaggiore resterà per anni il simbolo dell’ultimo scudetto dell’Inter, prima che Calciopoli sconvolgesse per intero le gerarchie nel 2006.

berti

Concentrazione, cattiveria agonistica da vendere, e sempre tantissima intensità a caratterizzare la sua carriera, forse troppo breve. A 31 anni, perso lo scatto di un tempo, decide di lasciare l’Inter dopo 11 stagioni con 229 partite e 29 gol, molte con la fascia di capitano al braccio. Il periodo resta comunque positivo. Oltre allo scudetto nel primo anno, con la maglia dell’Inter ha vinto la Supercoppa italiana sempre nel 99 e ben 3 Coppa Uefa, spesso da protagonista. Nel ’91 dove si procura il rigore dell’1 a 0 e realizza il raddoppio nella sfida con la Roma, nel ’94 dove segna il gol vittoria nella gara d’andata contro il Salisburgo, e l’ultima nel ’98. Dopo esperienze minori con Tottenham e Alaves, nel 2000 decide di appendere le scarpette al chiodo, a soli 33 anni.

La seconda maglia più importante della sua carriera è stata certamente quella della nazionale. Ricordare dei suoi due mondiali disputati, in casa nel 1990 e negli Stati Uniti nel ’94, non rende bene il rapporto che ha avuto con la maglia Azzurra. Nonostante l’incessante odio verso il Milan, riesce ad avere un ottimo rapporto con Sacchi e il suo gioco, totalmente diverso da quello della sua Inter e della precedente nazionale di Vicini.

In un’intervista, di quei mondiali del 1994 immerso nell’integralismo del 4-4-2, raccontò: “Si giocava negli Stati Uniti, dove del calcio non fregava niente a nessuno. Oltretutto, si doveva scendere in campo in orari assurdi per le tv europee, con un caldo incredibile. Dopo ogni primo tempo, c’erano 7-8 giocatori che chiedevano di non tornare in campo: pazzesco. Io giocavo fuori ruolo, sulla fascia, ma non me ne importava nulla: l’importante era esserci, mi sono divertito lo stesso.”

Oggi, dopo un p0′ di anni passati ai Caraibi è tornato per parlare del nostro calcio e della sua Inter. Le parole che lo contraddistinguono sono sempre le stesse. “L’importante è divertirsi”. Così come lo faceva in campo, così ora lo fa per la sua nuova passione, i viaggi.

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