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>>>ANSA/ CORI RAZZISTI: MILAN LASCIA AMICHEVOLE A BUSTO ARSIZIO

Non mi sorprende che, in un Paese dove un ragazzo morto per le tante botte viene per la seconda volta ucciso dalla giustizia, si usi il razzismo ad uso e consumo.

E non mi sorprende nemmeno che un episodio venga strumentalizzato per attirare l’attenzione e poi abbandonato quando non serve più. E’ il calcio, signori, per non dire l’Italia. Ieri nel silenzio generale è iniziato il processo nei confronti dei sei tifosi della Pro Patria accusati di cori razzisti durante l’amichevole con il Milan. Vittime degli insulti Boateng, Niang e Muntari. Scandalo, indignazione, piaga sociale, cataclisma… furono queste le parole utilizzate. Si alimentò il caso, Boateng venne ospitato dalla Nazionale, venne spinto a fare un discorso contro il razzismo e tutta Italia con estremo perbenismo additò la tifoseria della squadra locale come un ammasso di intolleranti e incivili.

E’ giusto, non sono qui a giustificarli e nemmeno a congratularmi con loro. Si sono resi protagonisti di atti razzisti, sciocchi, inutili, come se ne vedono tanti in serie A, come spesso capita di vedere in qualsiasi città italiana, purtroppo. E pure quell’episodio di Pro Patria è diventato l’emblema del riscatto sociale italiano, il punto di partenza per migliorare. Ma migliorare cosa? E dove? Da allora ad ogni partita si sono sentiti cori razzisti (e non parlo di Balotelli, quella è semplicemente antipatia nuda e cruda) ma vere e proprie ingiurie eppure stranamente nessun giocatore ha preso in mano la situazione. Nessuno si è tolto la maglia e ha abbandonato il campo. Nessuno ha avuto il coraggio di fermare una partita dove erano in palio dei punti. Sarà che una partita di campionato conta più di un’inutile amichevole?

Il dubbio mi assale, sarà veramente così? Sarà per questo motivo così tristemente meschino? Poi rileggo l’articolo sul processo e noto che Sulley Muntari non si è presentato la prima volta a testimoniare, e nemmeno la seconda, quindi è scattata la sanzione di 500 euro. E allora? Tutti questi appelli? Tutte queste buone intenzioni?

Calciatori cari il razzismo è una cosa seria, lasciamola da parte, non mischiamola negli affari calcistici, tanto a vincere sarà sempre l’indifferenza, che sia quella di coloro che frequentano lo stadio o di chi come voi ci permette di assistere a belle partite. Pensiamo a migliorare giorno dopo giorno nel nostro piccolo, sia noi che scriviamo, sia voi che giocate, sia coloro che tifano. L’ambiente è pessimo ma il menefreghismo mostrato non fa altro che sminuire ciò che è successo.

Per la cronaca i sei ragazzi della Pro Patria rischiano una pena da quatto a sei mesi di reclusione. Bene così ma è inutile fare i forti con i deboli..sempre nella più totale indifferenza.

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