Paul Scholes, modello di comportamento ed ispirazione

Paul Scholes, modello di comportamento ed ispirazione

gregario

 

Spesso, quando leggiamo i giornali o ascoltiamo una telecronaca, sentiamo parlare di “lavoro oscuro” fatto da un calciatore. Una presenza che si vede poco, ma che nell’economia di una partita conta tantissimo. Tutti, quando pensiamo ad una grande squadra che ha vinto tanto, ci ricordiamo del numero, della giocata ad effetto, del colpo che lascia a bocca aperta. A distanza di anni, delle squadre vincenti ci ricordiamo dei Del Piero, dei Totti, dei Maradona, ci ricordiamo di Messi, Cristiano Ronaldo, del fenomeno Ronaldo e dello strapotere fisico di Weah.

Ma il calcio si gioca in 11, e ogni campione ha sempre avuto bisogno di altri 10 compagni affiatati, di chi compensa la mancanza di mezzi tecnici con un cuore grande così, che recupera il pallone e serve la stella, sperando in un numero che vale un trofeo. Questo è il gregario, l’uomo silenzioso che da tutto senza chiedere niente, che lotta con la fierezza di un gladiatore e scarica il pallone con l’umiltà di un operaio. Gregario, dal latino, è “chi sta in mezzo al gregge”, ma questo non lo sminuisce: un pastore, senza il suo gregge, sarebbe un uomo solo in mezzo al nulla. 

Il più grande mediano dell’ultima generazione, l’avversario più difficile da affrontare

Zinedine Zidane

L’investitura è di quelle pesanti, che farebbero tremare le gambe a chiunque. Quando un giocatore del calibro del francese parla così di te, capisci di aver lasciato un segno indelebile nella storia del calcio.

Uno dei più grandi giocatori che abbia mai visto nella mia vita

– Gerard Pique

Alla Masia il suo nome viene menzionato spesso. E’ un modello di comportamento, un’ispirazione

Lionel Messi

Quando sei un esempio per la famosa “cantera” del Barcellona, la squadra più forte che si sia mai vista su un campo da calcio, l’emozione è grande, soprattutto se non hai vestito il blaugrana. Perchè non stiamo parlando di una mezzapunta, di quelle che riempiono gli occhi e scaldano il cuore. Stiamo parlando di un metodista, anche se con incredibili doti tecniche, la cui miglior caratteristica è il moto perpetuo.

Paul Scholes, nato a Salford, un paesone di 72.000 abitanti vicino Manchester, era un bambino asmatico dai capelli rossi, dalle doti fisiche non eccelse, che voleva fare il calciatore.

LA LOTTA CONTRO L’ASMA Se avete mai avuto un attacco d’asma in vita vostra, saprete che non è facile praticare sport a livello agonistico: può risultare una vera menomazione, l’aria ti manca, e quando non arriva ossigeno al cervello ragioni poco e male, rischi di incorrere in errori grossolani, di lasciare i tuoi in inferiorità numerica sbagliando un movimento. Perchè il calcio non è correre dietro ad un pallone, il calcio è prima di tutto tattica, movimenti studiati e ripetuti all’infinito. Paul, prima di ogni partita disputata in carriera, ha dovuto rimanere attaccato all’aerosol, ed ha lottato sempre, dal primo all’ultimo minuto, come uno stoico gladiatore.

UNA VITA A MANCHESTER Il centrocampista inglese entra nell’Academy del Manchester United a 17 anni, nel ’91, e nel 1993 firma il suo primo contratto da professionista. Nonostante quelli che possono sembrare grossi limiti fisici, Ferguson decide di lanciarlo in un match di FA Cup e il rosso centrocampista non delude, mettendo a segno una doppietta e incantando i tifosi dei Red Devils. L’idillio fra il giocatore ed i tifosi è totale, e da tutto il mondo arrivano attestati di stima: ha giocato con i migliori, da Beckham a Cristiano Ronaldo, da Giggs a Cantona e Roy Keane, ma è sempre rimasto un titolarissimo, uno dei pilastri della fortissima armata costruita dallo smaliziato condottiero scozzese.

Nel corso della sua vincente carriera allo United Scholes vincerà 11 Premier League, 3 FA Cup, 3 Charity Shield, 3 Coppe di Lega, 2 Champions League, 1 Intercontinentale e 1 Mondiale per Club. Sicuramente uno dei giocatori più vincenti della storia, a dimostrazione che nello sport molte volte la forza mentale può supplire ad alcuni limiti fisici.

I THREE LIONS Con la nazionale inglese Scholes ha giocato per 7 anni, disputando 2 Mondiali e 2 Europei, fino a quando nel 2004 ha deciso di abbandonare la maglia della nazionale per dedicarsi totalmente al club che tanto gli aveva dato in carriera. Ogni CT che ha avuto il piacere di averlo con sè ne ha elogiato le doti calcistiche ed umane, ed anche Fabio Capello, sicuramente molto esigente, ne è rimasto estasiato, chiedendo al giocatore di presentarsi al Mondiale del 2010.

Il giocatore ha deciso di rinunciare per rispetto verso i compagni che si erano sudati la qualificazione, suscitando rispetto ed ammirazione in ogni angolo del globo.

IL RITIRO Dopo la finale di Champions League persa contro il Barcellona il rosso centrocampista dello United ha deciso di ritirarsi dal calcio giocato, andando ad allenare la primavera del suo club: ormai quella dei Red Devils è la sua famiglia, tanto quanto sua moglie e sua figlia.

Per un lottatore come lui restare in panchina è un vero e proprio supplizio, tanto che dopo appena 7 mesi viene richiamato dal maestro Ferguson: il centrocampo è decimato è c’è bisogno di lui. Il centrocampista non ci pensa un attimo a raccogliere la chiamata, e torna a calcare il campo da calcio nel derby contro il Manchester City di FA Cup.

Nessuno dei compagni sapeva che lui ci sarebbe stato fino a che non sono state diramate le convocazioni, figurarsi i tifosi: immaginate l’emozione di vedere il vostro idolo, ormai ritirato, uscire dal tunnel degli spogliatoi nel derby cittadino per riempire un centrocampo devastato dagli infortuni.

Rinnova il contratto ancora per un anno, lasciando poi definitivamente il posto il mese scorso, assieme al suo capitano di mille avventure, Alex Ferguson. Uno dei finali più belli per una della favole più belle che il calcio ricordi. D’altronde il soprannome di “Silent Hero” rende l’idea del peso specifico di un simile giocatore all’interno di una squadra: “sono un uomo di poche parole“, come il giocatore stesso ha dichiarato, ma in quanto a fatti non ha mai deluso.

Senza scadere nei luoghi comuni, possiamo dire semplicemente “ce ne fossero di più come lui…”. Ce ne fossero di più come lui il calcio sarebbe sicuramente uno sport migliore.

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