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JOHNNY DI STEFANO CAMPOBASSO – Il mondo del calcio è stato spesso teatro di vicende surreali. Una di queste, tra le più incredibili, si ebbe a Campobasso quando, nel 1995, un buffo personaggio di origini molisane venuto dall’Inghilterra (noto fino ad allora per essere il legale, nonché miglior amico, del criminale serbo Slobodan Milosevic) acquistò la più importante squadra di calcio della regione promettendo la serie A entro il 2000.

Estate ’95. Campobasso era impazzita: il titolo della gloriosa società molisana, intrappolata tra D ed Eccellenza dopo il fallimento di 5 anni prima, era finalmente finito in buone mani. I bar e i locali del centro cittadino brulicavano di persone impegnate a tessere le lodi di un corregionale che aveva “fatto i soldi” all’estero ed era tornato in regione per portare la squadra in serie A: Giovanni Di Stefano, per tutti “Johnny Molise”.

La carriera di Johnny Di Stefano, l’avvocato del diavolo

Giovani-di-Stefano-450Nato a Petrella Tifernina nel 1955, all’età di 6 anni Johnny si trasferì con papà Carmelo e mamma Michela in Inghilterra.Nella sua autobiografia “Difendere gli indifendibili”  dichiara: di aver fatto fortuna grazie alla sua carica di avvocato (rigorosamente scritto in italiano sui suoi bigliettini da visita) intrapresa grazie al conseguimento di lauree e master di primo e secondo livello a Cambridge, di aver inventato la “deregulation delle banche” e di aver fatto fortuna importando video da Hong Kong prima di scegliere di andare a vivere nella sua amata Jugoslavia. La realtà delle cose però non rispecchia proprio questo ritratto. Della sua laurea non c’è traccia: quando un tribunale di Londra nel 2003 gli chiese conto di questo particolare, Di Stefano non esitò ad affermare che tutte le certificazioni si trovavano nel tribunale di Campobasso andato distrutto in un terremoto devastante (fortunatamente per gli abitanti del capoluogo molisano in città non si verifica un terremoto dalla portata distruttiva dal 26 luglio 1805). Nonostante ciò, comunque, Johnny riuscì a prendere le difese di personaggi indifendibili: Saddam Hussein, Alì Hassan detto “Alì il chimico”, il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe, diversi serial killer (tra cui Charles Manson),  Ronald Biggs, il bandito inglese autore della “Grande Rapina al Treno” del 1963 e soprattutto i suoi due migliori amici, Slobodan Milosevic e Zeljko Arnatovic, per tutti “la Tigre Arkan”. Fu proprio dai suoi due compagni di merende che si rifugiò quando, in piena guerra dei balcani, venne ricercato per aver compiuto una decina di reati tra cui frode fiscale e bancarotta fraudolenta, dopo aver, fra le altre cose, tentato di acquisire gli studios della Metro Goldwyn Mayer ad Hollywood. “Se Hitler e Satana avessero avuto bisogno di un avvocato io sarei stato pronto a difenderli” è la frase che lo ha reso celebre.

L’arrivo di Johnny Di Stefano a Campobasso

A metà anni novanta dunque Johnny ritornò nella sua regione per acquistare il Campobasso. Passò prima da Petrella, il suo paese d’origine, 1.200 abitanti, dove non fece nulla per passare inosservato, sfrecciando su Rolls Royce e Porsche. Si narra che una volta atterrò in paese addirittura in elicottero. Giunto nel capoluogo non esitò a lanciare proclami con la sua parlata anglo-italiana: “In 5 anni saremo in serie A” e “Non pareggeremo neanche una partita, solo vittorie”. Tra conferenze stampa e spot che incitavano la tifoseria ad abbonarsi (celebre il grido di battaglia: “Abbonatovi!c’è bisogna della vostra presenza!”), Di Stefano trovò il tempo di ingaggiare un allenatore che a suo dire proveniva niente poco di meno che dal Manchester United: tale Lekovic.

DI Stefano intervistato ai tempi della presidenza rossoblù
DI Stefano intervistato ai tempi della presidenza rossoblù

Ovviamente a Manchester Lekovic non aveva fatto nemmeno il portaborracce e in italiano conosceva solo qualche verbo all’infinito (atakare! fincere!). Un anno dopo, mancata l’ elezione a senatore nelle fila del Partito Popolare Progressista d’ Ispirazione Cristiana e dopo aver tentato senza successo l’acquisizione della Banca Popolare del Molise, Johnny lasciò squadra e città tra le maledizioni dei tifosi e dei numerosi creditori che avevano abboccato alle fandonie dell’ “Avvocato”. Prima di salutare la sua terra natìa, comunque, Johnny fece anche una capatina sulla costa: nel ’95, infatti, si sposò per la quarta volta, con una cantante serba, festeggiando in un albergo di Termoli situato sul lungomare. La cittadina adriatica venne invasa da loschi figuri di ogni tipo, partecipò anche il figlio dell’amato amico Milosevic e, per qualche giorno, il piccolo Molise divenne meta di teste rasate serbe (la milizia di Arkan) che sfrecciavano lungo le strade della regione a bordo di macchine di alta cilindrata, ovviamente armati di tutto punto.

La scalata ad altri club

Nonostante questo buco nell’acqua la “passione” di “Johnny Molise” per il calcio non si spense e tentò la scalata ad altri club: Obilic con l’amico Arkan, Dundee, Norwich, Northampton e di nuovo il Dundee, dove per qualche mese nel 2003 riuscì ad issarsi al timone della società portando Fabrizio Ravanelli in Scozia, prima di portare il club alla bancarotta ed essere cacciato. Spostò allora i suoi interessi in Irlanda verso Shelbourne, Drogheda F.C. e Waterford F.C., ma non trovò presidenti ben disposti ad accoglierlo in società. Nel 2011, infine, il magazine francese “So Foot” annunciò che Di Stefano avrebbe sferrato l’assalto per l’acquisizione del Monaco di lì a breve, cosa che non avvenne. Ovviamente un personaggio così non poteva passare inosservato negli anni novanta. La Gialappa’s soprattutto ha preso di mira l’ex presidente del Campobasso, in questo modo:

Nel marzo scorso Di Stefano è stato condannato da un giudice inglese a 14 anni di carcere per 25 capi d’imputazione. È il terzo arresto per “The Devil’s advocate” che, ora, potrà dedicarsi alla composizione di testi per le sue canzoni: eh sì, il vero hobby di Johnny è sempre stato il canto. Nel 2009 ha prodotto un CD con le sue opere: “The Next Time”… Beh, in tutta sincerità Johnny, speriamo non ci sia una prossima volta.

La copertina dell’album di Giovanni Di Stefano