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Se  si chiedesse a un qualunque appassionato di calcio un parere sul più forte giocatore mai esistito, la risposta sarebbe ovvia: uno fra Maradona e Pelè. Se invece lo si chiedesse ad uno dei due diretti interessati, il Pibe de oro nel dettaglio, questi, con la sua parlata argentina risponderebbe senza esitare: “Jorge Alberto Gonzàlez Barillas”, detto El Màgico.

Se per qualunque motivo vi troverete in futuro in America Centrale fate un salto in quello staterello piazzato tra Pacifico, Honduras e Guatemala dal nome rassicurante: El Salvador.

Visitatene la capitale, San Salvador, perdendovi nel suo affascinante centro storico. Alzando lo sguardo all’insù resterete meravigliati della quantità di edifici sopra il metro e 65 presenti nella metropoli (12 dei 23 edifici più imponenti dell’America Centrale si trovano in questa città). Vi avvisiamo sin da subito che San Salvador non è così piccola, per muovervi necessiterete sicuramente di un taxi. Non esitate a chiamarlo. A parte il prezzo contenuto, con un po’ di fortuna potreste imbattervi in un tassista sulla cinquantina, capello lungo e occhiali da sole. Avreste di fronte il miglior calciatore di tutti i tempi.

Màgico Gonzàlez, tecnicamente il miglior calciatore della storia a detta di Maradona. Ora fa il tassista.
Màgico Gonzàlez, tecnicamente il miglior calciatore della storia a detta di Maradona. Ora fa il tassista.

Nel caso siate così fortunati, salite a bordo, mettetevi comodi e fatevi raccontare la sua storia.

Ultimo di 8 figli di una famiglia poverissima di San Salvador, Jorge Alberto Gonzàlez Barillas è stato, secondo Diego Armando Maradona, il calciatore più forte di sempre. In campo deliziava chiunque lo vedesse: numeri inconcepibili, tacchi in continuazione, rabone, elastici, gol. Un giornalista che lo vide all’opera quando aveva ancora 16 anni, dopo essersi ripreso dall’estasi lo battezzò come El Mago. A 17 anni venne acquistato dal Club Deportivo FAS di Sant Ana, cui fece vincere due titoli nazionali consecutivi e una coppa campioni CONCACAF, trascinando al contempo la sua nazionale ad una storica qualificazione ai mondiali di Spagna ’82. In terra iberica El Salvador non impressionò (clamoroso l’1 a 10 subìto dall’Ungheria) ma la sua stella più brillante fece stropicciare gli occhi agli europei. Nonostante i pessimi risultati della squadra, Gonzàlez giocò talmente bene da venire inserito a fine torneo nella top 11 della manifestazione.

A quel punto gli occhi dell’élite del calcio europeo erano puntati su questo 24enne salvadoregno. Inter, Fiorentina, Barcellona, Sampdoria, Atalanta e Psg se lo contendevano, venendo piantati in asso ad ogni appuntamento. El Mago non si presentava agli incontri non essendo interessato, per sua stessa ammissione, al gioco del calcio come lavoro. Infischiandosene di contratti milionari e visibilità scelse Cadice, piccola città spagnola dove tutt’oggi è venerato come un santo e dove è stato coniato il suo ultimo e definitivo soprannome: Màgico. Bastò una partita per farlo diventare l’idolo indiscusso della tifoseria.

El Magico Gonzalez in Spagna

Trascinò la squadra in Liga e non lasciò mai il centro andaluso (esclusa una parentesi di 6 mesi al Real Valldolid nell’85 per divergenze con l’allenatore), nonostante la retrocessione dell’anno seguente e le irrifiutabili proposte che gli provenivano dai più grandi club del mondo. Continuò a far innamorare i tifosi dei gialli, riportandoli nella massima serie e facendoli divertire fino al ’91, anno del suo ritorno in patria (appena Màgico lasciò Cadice la squadra retrocesse dopo 7 anni di Liga).

Nel mezzo tanti aneddoti, troppi. Gonzàlez si era legato a doppio filo alla città andalusa, dove gli veniva consentito di tutto. Amante della bella vita, delle donne e delle discoteche, il mago adorava ballare più che allenarsi, dormire ancor più che ballare. Si racconta che un dipendente della società spagnola avesse il compito di svegliarlo ogni mattina per gli allenamenti. A volte Màgico non rispondeva alla porta: era solito infatti addormentarsi nella cabina del dj dei locali che frequentava per sfuggire ai controlli. Altre volte ancora servivano degli espedienti per farlo alzare dal letto: un compagno di squadra, si racconta, gli mandò in camera la banda del paese per svegliarlo, lui lo fece ma precisò di averlo fatto solo perchè la musica era di suo gradimento.

Difficile non innamorarsi di lui. Uno degli episodi più clamorosi si ebbe nel 1983 quando non si svegliò in tempo per la semifinale del Torneo Ramòn de Carranza contro il Barcellona. Arrivato allo stadio di Cadice alla fine del primo tempo sul 3 a 0 per il Barça, gonfio di sonno, Gonzàlez venne mandato in campo per i secondi 45 minuti nonostante il diktat del presidente intenzionato a cacciarlo per sempre dalla squadra. Due gol, due assist e giocate inverosimili: 4 a 3 finale per gli andalusi e il Mago portato in trionfo. Ecco una delle sue due perle:

A proposito di Barcellona, se in quest’ipotetico incontro con il protagonista di questo racconto costui dovesse raccontarvi di quella volta in tournée negli Stati Uniti con i blaugrana statelo bene a sentire. Invitato a parteciparvi dalla società catalana subito dopo la retrocessione del Cadice, Gonzàlez vi prese parte schierandosi in attacco al fianco di Maradona e Cruijff. L’esito fu il seguente:

Li oscurò totalmente con le sue giocate, estasiando il Barça che sembrava disposto a tutto pur di assicurarsene le prestazioni. Fino all’ultimo giorno quando, scattato l’allarme nell’albergo dove i catalani soggiornavano per un presunto incendio, Màgico non battè ciglio e non si mosse dalla sua stanza. I dirigenti lo andarono a cercare e, diverse ore dopo, trovarono l’attaccante in compagnia di una bionda californiana: il nostro eroe si giustificò ammiccando un “non avevo ancora finito con lei”. Ovviamente il Barça non lo prese e Màgico tornò più che volentieri nella sua Cadice dove continuò a deliziare tifosi e, soprattutto, tifose. Questo il suo commento più celebra circa la sua vita privata:

“Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di far baldoria non me la toglie neanche mia madre. So che sono un irresponsabile e un cattivo professionista, e può essere che stia sprecando l’opportunità più grande della mia vita. Lo so, ma ho una pazzia in testa: non mi piace approcciarmi al calcio come ad un lavoro. Se lo facessi non sarei me stesso. Gioco solamente per divertirmi”.

Tornato a San Salvador nel ’91, dopo aver disputato altri 7-8 campionati nel FAS vincendone un paio, si è ritirato a 42 anni, lasciando figli un po’ ovunque e abbandonando la sua modesta abitazione solo per partecipare ad omaggi alla sua carriera (nel 2006 uno di questi è stato organizzato proprio da Maradona).

maradona magico gonzalez

Fine della corsa. Prima di salutare, nel caso abbiate con voi un pacchetto pieno di sigarette, passatelo al tassista. Tranquilli, non crediamo ne prenderà neanche una. Nella peggiore delle ipotesi ve lo restituirà un po’ ammaccato: d’altronde veder fare 30 palleggi con un pacchetto di sigarette pieno (cosa che accadeva quotidianamente a Cadice a giudicare dalle parole del direttore tecnico dell’epoca David Vidal) non è roba di tutti i giorni…

di Lorenzo Palmieri 

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Nato nel 1988 a Campobasso e folle tifoso dei Lupi molisani, nei ritagli di tempo tra una partita e l'altra mi sono laureato in Cooperazione Internazionale a Bologna. Devoto a Mágico González, Jay-Jay Okocha e Carletto Mazzone, amo il calcio minore e le tante microstorie che si celano dietro una semplice partita di "pallone".