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Provate a immaginare i quadri di Caravaggio senza i colori. Lo sforzo di pensare a qualcosa di impensabile non è filosofia spicciola: è una difficoltà enorme, perché esce dai contorni della prassi. Assistere alla produzione di una partita tra cornici vuote, è il miglior paradosso riuscito. Michelangelo Merisi voleva esprimere con la tela quello che il tifo rappresenta per il pallone: effetto di umanizzare l’episodio sacro e i personaggi che ne sono coinvolti. È chiaro che se manca l’assunto, qualcosa ci sta sfuggendo. La Sud è più silenziosa di Charlie Chaplin. Non può nemmeno gesticolare, perché non è presente.

Inizia così Roma-Verona. seconda giornata di campionato di Serie A.
Dare giudizi dopo 180 minuti lascia il tempo che trova, ma alcune valutazioni sono percorribili. Partiamo dai padroni di casa. Nel 4-3-3 della versione più intellettuale del Sergente Garcia, si configurano tre curiosità sostanziali: Totti e gli esterni d’attacco; il centrocampo in fase di possesso; cosa cambia con Adem Ljajic.
Il capitano. Non una novità la sua presenza, ma tralasciamo le nozioni di circostanza. Posto come prima punta, non ha il compito dell’attaccante centrale. Non ruota come trequartista, perché in quel caso la posizione è più speficifica, e sarebbe ravvisabile in circostanze di abbassamento sulla linea dei centrocampisti. Questo non succede mai: Totti aspetta la fase di gioco di chi gli sta dietro, e sul primo movimento dei due attaccanti, esce dal blocco difensivo per creare negli ultimi 20 metri. Sia da defilato, che centralmente. Probabilmente il termine ‘ rifinitore ‘ si appiccica con la miglior vinavil in commercio. Se questo rimarrà il modulo offensivo della Roma, bisogna capire l’applicazione al sistema dei due esterni offensivi ( nella partita in questione Gervinho e Florenzi ). Il ventenne romano esegue letteralmente un movimento, che è pericoloso, ma unico, nel senso che può nascere da una sola situazione: allungo con la corsa diagonale dal lato verso il centro; non è uno scatto, perchè serve leggermente di più di un secondo e mezzo. Infatti la palla arriva dal lancio difensivo a scavalcare. Non è un’azione che si realizza in altre contingenze: tutto diventa attuabile, senza troppa intensità di spazio. Dall’altra parte gioca Gervinho, che ha atletismo, ma ancora immaturo nelle scelte. Quando capire di affondare; in che momenti il dribbling o la triangolazione. Tutte decisioni che non vanno meditate, ma soprattutto ‘sentite’. Sul fatto dei gol sbagliati, non credo il motivo consista nella freddezza. Girare di più il piede, comandarlo all’angolazione: l’allenatore deve ripeterglielo a dismisura. Altrimenti rimane attaccante da 5 gol a stagione; se cambia il rapporto occasione/sfruttamento, allora il discorso si può spostare già su traiettorie differenti.

Il centrocampo: si è avuto modo di vedere la Roma contro Livorno e Verona; dunque, in partite nelle quali, non hai il dovere di retrocedere. Qui, sei per forza di cose costretto a fare la partita, quindi attacchi sempre alto. I tre nel mezzo sono Pjanic, De Rossi, Strootman. Mai indaffarati in fase difensiva nel senso pratico, ma sempre ben messi nel caso di non possesso. Posizione occupata, chiusura sulla linea di passaggio. Sulla fase di possesso fioccano commenti positivi, ma la mia idea è la seguente: siccome il presupposto logico di Garcia é non dare mai punti di riferimenti all’avversario, non solo l’attacco, ma anche il centrocampo deve continuare a danzare su step differenti. Però succede che spesso, invertendo le zone, si pestino i piedi, creando sì palleggio, ma non fluidità. Si trovano tutti e tre sulla linea orizzontale: c’è movimento, quindi, ma da capire come lo si fa. È una situazione da curare con gran dettaglio, altrimenti si rischia l’illusione di un simulato controllo della gestione della palla. Per Pjanic deve essere la stagione del risveglio: il gol è bellissimo ( anche se Rafael merita un piccolo rimprovero ), ma ci vuole più intraprendenza. Tocca un’infinità di palloni il bosniaco; di valore, però, tre: passaggi di prima in verticale alla punta, e corsa immediata in avanti. Quelle sono giocate di livello, da ripetersi con continuità nella gara.

Terzo e ultimo punto per la Roma. La profondità la cambia Ljajic. Ancora da limare nel contesto, entra solo per il talento che possiede. E lui fa intendere che nel tridente, rappresenta l’ingranaggio fondamente per far scoccare l’ora. Taglia nel mezzo, permettendo la funzionalità del tutto: mezzala dalla sua parte in appoggio, terzino in sovrapposizione, Totti che scende per la giocata, attaccante esterno che entra al centro dell’area.
In attesa di conoscere meglio i meccanismi difensivi della squadra.
Il Verona imposta la partita come altro non può fare. Difesa schierata con centrocampo molto vicino a supporto, in modo da non lasciare spazio esagerato a Totti tra le linee. Il problema è costruire, difficile, se imposti la partita dal punto di vista difensivo. Tre punti tra Milan e Roma, però, sono più preziosi dei banchetti di Petronio. Martinho è un giocatore interessante sulla corsia, con un difetto: senza palla spinge poco, con la sfera al piede, invece, incontenibile. Se va ad attaccare con la corsa la zona non occupata, diventa un’ulteriore situazione offensiva per il Verona: opzione di lancio diretto per lui. Il primo gol subito si macchia anche di sfortuna: sul primo reale affondo di Maicon, il cross viene deviato da Cacciatore in porta. Da lì in avanti il Verona crolla, conscio probabilmente del fatto che la partita non è girabile. Romulo è duttile, ma ha poche idee con la palla al piede. Forse a centrocampo può garantire dinamismo e corsa più che in difesa. Con il rientro di Albertazzi, e il conseguente spostamento di Cacciatore a destra, la dinamica si può sviluppare. La sensazione più intima è un supporto tecnico a Toni. Quello che salta l’uomo e ti offre un tentativo in più: se la montagna lá davanti non prende cross, chi ci pensa ad insaccare la rete?