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Bolt

Sorridente, serio, composto. Quando Usain Bolt parla sembra una scultura vivente. Una di quelle della Grecia classica, un discobolo o un lanciatore di giavellotto, anche se lui si è reso immortale grazie alla corsa. 

Dietro le sue parole non c’è incertezza, ma un’attenta pianificazione. Del resto se si vuole diventare una leggenda come Ali o Pelè, accostamenti fatti da lui stesso, non si può lasciare nulla al caso. Non ne ha parlato benissimo Carl Lewis, fuoriclasse dell’atletica che fu, che lo ha rimproverato di non aiutare il suo sport ad uscire dalla crisi. Bolt ora si concentra sui suoi progetti, come giusto che sia, e pensa al suo ritiro dopo i Giochi del 2016 in Brasile, quando avrà ormai compiuto 31 anni.

 Un ritiro che non ha niente a che vedere con un tramonto preannunciato da ripetute disfatte, segnali di più di un campanello d’allarme. Il momento del ritiro per Bolt deve essere il culmine dei suoi trionfi, il tripudio finale di una carriera storica e gloriosa. Per questo il cammino verso l’evento finale, le prossime Olimpiadi, deve essere costellato di altrettanti successi. Come ultima gara di questa stagione Bolt disputerà questo venerdì  il Memorial Van Damme di Bruxelles, poi se ne riparlerà il prossimo anno, quando gli attesi giochi olimpici si faranno più vicini. Già perché nella sua ultima Olimpiade il giamaicano vuole conseguirà la terza tripletta di medaglie dopo Pechino e Londra. Missione impossibile ai più, ma non a lui. D’altronde una bella storia si conclude sempre con un bel finale.