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E’ un Carlitos Tevez inedito quello che, intervistato da Tiki Taka, ha raccontato sé stesso dai primi calci nel suo quartiere difficile, il Fuerte Apache, fino al sogno di incontrare Papa Francesco. Una vita difficile quella dell’Apache caratterizzata da tanta sofferenza e povertà ma sempre accompagnata da un pallone, anche di stracci: «Sì, il primo pallone con cui ho giocato era fatto di stracci. Cioè mancava il cuoio a rivestirlo, c’era solo la parte interna ma per me era come se fosse un pallone vero. Era quello che faceva sì che io e i miei amici ci divertissimo, ci dimenticassimo della povertà e delle tante cose brutte che succedevano nel barrio, a Fuerte Apache. Devo ringraziare un Dio personale se oggi sono quello che sono. Non tutti purtroppo hanno avuto la mia stessa fortuna– prosegue Carlitos- ad esempio il mio migliore amico Dario Coronel, detto el Cabaña. Giocavamo sempre assieme, eravamo i più forti del barrio, lui a 13 anni ha scelto una strada brutta fatta di furti e droga mentre io ho continuato a giocare a calcio perché era il mio sogno»

IL MIO BARRIO- Nonostante i tanti momenti brutti trascorsi nella sua infanzia al Fuerte, che non a caso chiama sempre “il mio barrio”, Tevez ci tornerebbe volentieri per una partita per strada, con una palla di stracci, con i suoi amici come ai vecchi tempi: «E’ proprio quello che mi manca di più. Se oggi mi dicessero di andare a giocare una partita nel Forte Apache io me la gusterei. Quando giochi una partita tra professionisti sai che sta giocando con i compagni, hai responsabilità e devi dare il massimo. Se invece gioco con i miei amici rido, mi diverto e me la godo. Ho una mensa nel Forte Apache. Diamo da mangiare ai ragazzi del barrio. Guardare i ragazzi in faccia, vederli felici e sorridere quando ti avvicini e dai qualche consiglio è bello».

LA CICATRICE– Per la prima volta poi, Carlitos accetta di parlare della sua cicatrice mostrandosi fiero di portarla sulla pelle: «Ringraziando Dio non ho problemi economici, potrei tranquillamente fare un intervento di chirurgia plastica, mettermi la faccia di chiunque ma a me non interesse. Attraverso questa cicatrice voglio far capire che la vera bellezza è interiore, non importa cosa c’è all’esterno. Sono i sentimenti che uno ha dentro quelli che contano di più».

L’ARGENTINO PIU’ IMPORTANTE– Qualche giorno fa il numero dieci bianconero aveva espresso il desiderio di incontrare Papa Francesco, «l’argentino più importante che c’è»,  e lo rimarca ancora una volta: «Vorrei parlare con lui. Raccontargli la mia infanzia, dirgli cosa mi mancava di più quando ero piccolo nel mio barrio e cosa manca oggi ai bambini che ci vivono. Vorrei parlare con lui di queste cose, del mio barrio, della mia gente».