SHARE

Inter-Livorno 2-0. Decidono un’autorete di Bardi (che un giorno tornerà a casa, ad Appiano Gentile) alla mezz’ora e Nagatomo, durante gli ultimi minuti del match. Tutto normale. Il risultato ci sta, nonostante una partita non proprio bellissima dei nerazzurri che soffrono poco ma creano pochi pericoli. Tutto normale dicevamo, o quasi. Perchè la serata di San Siro regala 2 momenti che in maniera diversa rappresentano qualcosa di molto importante.

Le due storie che si sono incrociate al Meazza durante la 12esima giornata iniziano entrambe qualche mese fa. Moratti ha deciso da tempo che ha bisogno di qualcun altro che lo aiuti a portare avanti la sua Inter, e per tutta l’estate il nome di Erick Thohir ha occupato le prime pagine dei giornali. Più o meno nello stesso periodo l’ambiente nerazzurro viene scosso dall’infortunio dell’uomo che sembrava indistruttibile: capitan Zanetti si rompe il tendine d’Achille e rischia la carriera. Quello che è successo dalla fine della scorsa stagione ad oggi è ben chiaro: Moratti ha ceduto il 70% delle sue quote all’indonesiano e il capitano ha rassicurato tutti con un recupero lampo per un giocatore normale, immaginate per uno della sua età.

Il destino però, ha le idee chiare su come far culminare al meglio le due storie, o comunque portarle al termine in modo che tutti possano ricordarlo. Thohir rimanda da un po’ l’arrivo ufficiale a Milano per prendersi la sua nuova società, e Zanetti avvicina sempre più il rientro in campo. Fino a circa una settimana fa. Le notizie arrivano quasi in contemporanea: Thohir il 14 Novembre sarà in Italia, e il numero 4 viene convocato da Mazzarri per la prima volta, e andrà in panchina a a Udine. Ma l’argentino deve aspettare, il Friuli non è il campo che vedrà riscendere in campo gli incredibili quadricipiti di Zanetti. Forse perchè non era ancora del tutto pronto, forse perchè il ritorno deve essere a San Siro, davanti al proprio pubblico, fatto sta che per vederlo giocare bisogna sperare che il tecnico di San Vincenzo lo inserisca contro il Livorno.

In questa partita c’è però una certezza: Moratti è al saluto finale. L’addio ai colori nerazzurri, quantomeno come proprietario (come presidente si vedrà).  “Le gioie più grandi, le sofferenze più imbarazzanti. 18 anni di gestione racchiuse in quelle 12 domande. Spesso la abbiamo attaccata, ma mai abbandonata. Nonostante tutto qualcosa ci accomuna: l’amore per l’Inter, innegabile. L’essere troppo tifoso che a volte è deleterio. Ora attendiamo curiosi. Ma intanto grazie di tutto presidente, se lo merita. In fondo le abbiamo voluto bene”. Tutto qui il saluto della curva, che con uno striscione che probabilmente è tra i più lunghi di sempre (4 righe di curva), saluta il suo presidente con delle frasi forse non da lacrime di commozione, ma che fanno riflettere. In 18 anni Moratti ha dimostrato che l’Inter era la sua squadra del cuore, poi la sua famiglia, e infine la società di sua proprietà. Non sempre viverla in questo modo porta al massimo dei risultati, e gli anni bui sono tutti riportati in alcuni tratti dello striscione che ricorda delle “sofferenze più imbarazzanti”. Posso assicurare però, che le parole della curva Nord sono condivise solo in parte dal totale dei tifosi nerazzurri. Posso confermare che dal secondo anello arancio, quello di fronte la tribuna d’onore dove siede il presidente, quello di fianco la curva, dove si poteva leggere facilmente il messaggio, le sensazioni erano diverse. Di quella scritta restava solo il “…grazie di tutto presidente, se lo merita. In fondo le abbiamo voluto bene” e gli applausi di tutto lo stadio ne sono la chiara dimostrazione. Perchè in un momento così, quando ci si rende conto che di fronte abbiamo il presidente-tifoso che ha regalato all’Inter numerosi trofei, che l’ha portata sul tetto del mondo, qualsiasi sconfitta passa in secondo piano. Era difficile riconoscerlo da quei 60-70 metri di distanza, ma tutti sapevamo che in quella zona c’era una persona che lasciava nelle mani di un quasi sconosciuto una sua creatura, come un padre che dopo 18 anni vede partire il proprio figlio per l’università ma non lo lascia andare via senza la sicurezza che il posto sarà quello giusto. Ecco, Moratti lascia la sua Inter in mano a chi potrà risollevarla, e se così non sarà, il padre naturale di questa Inter se ne riprenderà il possesso, ma intanto sappiamo che sarà sempre lì, a tifare per i colori che ormai lo rappresentano.

Pochi minuti, lo striscione sparisce,  Moratti si siede e la partita scorre via. Il primo tempo si chiude sull’1 a 0 ma l’Inter non sembra in serata di grazia e chiudere il match non sarà facile. Dalle tribune le sensazioni sono che Zanetti potrà entrare magari nel finale, quando la partita potrà essere chiusa e il capitano avrà la possibilità di salutare il suo pubblico. Il brusio del pubblico di fronte ad uno spettacolo non entusiasmante, diventa eccitazione quando intorno al decimo minuto dalla panchina si alzano Kovacic, Belfodil e  il capitano. Tutti e 3 a scaldarsi sotto la tribuna rossa, proprio quella del presidente. I tifosi ora dividono gli sguardi tra il campo e Zanetti, che continua a scaldarsi anche quando entrano prima Kovacic e poi Belfodil. Il risultato però non cambia e la paura che Mazzarri non rischierà Zanetti in un match in bilico si fa spazio tra chi era allo stadio anche per lui. Quando mancano 10 minuti alla fine l’allenatore ex Napoli manda a scaldare anche Andreolli, forse per richiamare Samuel, che in teoria non ha i 90 minuti nelle gambe. Qui le speranze del sottoscritto e di gran parte del pubblico si affievoliscono o addirittura spariscono. Per vedere il capitano in campo dovremo aspettare almeno altre due settimane. Con una mossa un po’ a sorpresa però Mazzarri fa impazzire San Siro. Due minuti dopo che Andreolli si era alzato, un assistente del tecnico va a chiamare il capitano. Lui corre verso la panchina, due parole col l’allenatore, e si mette vicino al quarto uomo pronto per entrare. In quel momento la partita non la guarda nessuno, tutti sono concentrati su Zanetti, che si tiene caldo con piccoli movimenti.

L’esplosione del pubblico avviene pochi secondi dopo. Cambiasso, colui che ha sostituito Zanetti onorando la fascia,  subisce fallo e gli applausi del pubblico salgono di tono. Taider è l’uomo scelto a tornare in panchina, e l’ingresso del numero 4 racchiude tutta la felicità di rivedere in campo un uomo, prima che un calciatore, che fin da subito ha tranquillizzato tutti sul suo ritorno. Da lì in poi, ogni palla toccata è un’emozione, e il “ragazzino” quarantenne si lascia anche andare ad un paio di ripartenze che fanno impazzire i tifosi, non del tutto convinti (me compreso) che fosse già quello che è sempre stato. Al minuto 91, quando il match sta per concludersi, il capitano riparte dalla sua trequarti, supera Borja con uno scatto dei suoi, cede a Kovacic (21 anni più giovane di lui) e il croato manda in porta Nagatomo che chiude finalmente il match. Lo stesso giapponese corre dal suo capitano per il classico inchino che mancava da troppo tempo, e tutto lo stadio si scioglie in un applauso che sa di liberatorio quando tutta la squadra va ad abbracciare Zanetti. Altri due minuti e il match finisce.

La partita è archiviata, la festa è tutta per Capitan Zanetti, tornato e subito protagonista. Cambiasso gli dona la fascia e Javier si dirige  sotto la curva, per poi spostarsi sotto la tribuna rossa. Da quello che ho potuto notare dalla tribuna opposta, Zanetti ha continuato a salutare il pubblico, fin quando la sua mano e il suo sguardo sembravano essersi fermati verso un’unica direzione. Non potrò mai saperlo con certezza, ma se conosco il rapporto tra il presidente e il suo primo acquisto in quel lontano 1995, Zanetti ha voluto salutare chi lo ha portato all’Inter e chi ha vissuto insieme tutto quello che c’era scritto nello striscione della curva. “Grazie di tutto, se lo merita”

SHARE