Asd Cara Mineo, la squadra dei migranti gioca in terza categoria

Claudio Cafarelli
18/11/2013

“Il calcio è il miglior strumento per l’integrazione, siamo contenti che per una volta si parlerà positivamente del Centro di Mineo”

A Mineo, in provincia di Catania, il Centro d’accoglienza locale ha dato vita ad un’iniziativa unica nel suo genere. E’ nata l’Asd Cara Mineo, società sportiva composta interamente da immigrati. Sono 25 i giocatori impiegati nel campionato di Terza categoria provenienti da diversi Paesi dell’Africa, Gambia, Mali, Camerun, Nigeria, Somalia, Burkina Faso ed è la prima volta che ad un campionato della Figc si verifica un caso simile: “Hanno voglia di giocare, sono intelligenti, educati, si allenano tutti i giorni e si rispettano. Più che una squadra, siamo una famiglia”, hanno assicurato i tecnici Gianluca Trombino e Giuseppe Manzella.

Il debutto, domenica, è finito 1 a 1 con un rigore per parte assegnati dal giovanissimo arbitro catanese, Luca Naselli, 17 anni: “E’ una grande emozione per me arbitrare questa partita”. Alla fine però si lamentano i ragazzi dell’Asd Cara Mineo: “Avremmo meritato di vincere – spiega con un largo sorriso Moussa Mohamed, 22 anni togolese difensore centrale – ma abbiamo sbagliato troppi gol. E’ già bello comunque essere qui, giocare un campionato vero, parlare con voi. Volevamo vincere per fare felici i nostri dirigenti e ripagare tutti i loro sforzi per permettere che il nostro desiderio si realizzasse. Il mio idolo è Balotelli e il sogno è quello di poterlo marcare dal vivo un giorno”.

Manzella e Trombino sono euforici: “E’ la partita del riscatto. Loro non vedono l’ora di scendere in campo. Noi, il nostro campionato l’abbiamo già vinto, partecipando”. Soddisfatti dalla generosità di questi ragazzi che saranno chiamati solo per nome. “Per evitare ritorsioni dai governi di provenienza”, spiegano il direttore e il suo portavoce, Rosario Lizio. Ma fanno tutti a gara per entrare nel team dei primi 11, come uno dei più giovani attaccanti, Saikou, 19 anni, nato in Gambia, approdato quattro mesi fa a Lampedusa: “Nel mio villaggio giocavo a pallone, ma tutto è finito quando ho perso i genitori e con mio fratello siamo partiti verso la Libia dove siamo rimasti un anno e mezzo a lavorare per pagarci la traversata”. Una storia simile a quella di Muhammad, 26 anni, centrocampista, una vita d’inferno in Mali: “Non voglio parlarne. La mia esistenza è ricominciata a Lampedusa. Io sono rinato sei mesi fa”. Un po’ come Ebrima, 23 anni, arrivato anche lui dal Gambia: “La mia famiglia perseguitata, un dolore grande, mio padre si è svenato per farmi scappare…”.