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Lazio, Serie A, ambiente romano e razzismo. Questi solo alcuni dei temi che tratteremo oggi , in esclusiva per MaiDireCalcio.com, con Stefano Greco, giornalista sportivo, autore di numerosi libri sulla storia laziale, tra cui “Vita da Lazio” e “La banda del meno 9″ , e conduttore del nuovo format “48 minuti” su LT Sport Uno, nel quale intervisterà alcuni dei più grandi personaggi sportivi del panorama italiano.

Stefano, partiamo subito dalla situazione in casa Lazio. La stagione post-Coppa Italia non è partita bene, complice forse un mercato al di sotto delle aspettative. Quali sono gli errori commessi da Petkovic e quali dalla società?

“La società è la grande colpevole di questo avvio di stagione. Lotito ha cercato di coprire le magagne dell’anno scorso con delle operazioni di mercato sbagliate. Ha dato a Petkovic una squadra incompleta. Andavano comprati due difensori di esperienza e un attaccante che facesse da vice-Klose. Si è visto che Novaretti non è stato un acquisto azzeccato. Per fare un buon mercato non è necessario avere tanti soldi. La Juventus ha battuto il Napoli domenica scorsa con tre giocatori presi a parametro zero: Llorente, Pirlo e Pogba. Non era neanche vietato vendere un pezzo da novanta, purchè lo si sostituisca con degli innesti mirati e di qualità. Cosa che non successe con la vendita di Kolarov, quando con quei soldi arrivò Hernanes, ma non un sostituto del terzino serbo. Il Manchester City in cambio diede alla Lazio Garrido, non un giocatore all’altezza della Serie A. Petkovic sta gestendo una squadra che non si è rinnovata. E’ vero anche che se rimani fedele allo stesso modo di giocare, le altre squadre, sopratutto in Serie A, prendono le contromisure. In attacco Klose è l’unico punto di riferimento, questo rende la Lazio molto prevedibile. Per avere una grande squadra devi avere un organico completo, come la Lazio di Eriksson, che si poteva permettere di lasciare un giocatore come Stankovic in tribuna…La situazione comunque non è irrimediabile. La Lazio ha margini di miglioramento, infortuni permettendo…”

Il successo in Coppa Italia della Lazio ha oscurato un campionato non brillante?

Assolutamente sì. In più nel cammino in Coppa Italia l’unica partita vera è stata contro la Juventus. In finale ha vinto la meno peggio, la Lazio, contro una Roma molto in difficoltà. Lotito ha delle colpe. Il suo vivere alla giornata ha portato una condizione apatica priva di ambizioni e di questo ne risentono anche i giocatori. Hernanes a Roma vive bene, ma si trova in una squadra non ambiziosa, che galleggia per non affogare.

Passiamo alle note liete. Keita, giovane attaccante classe ’95, si sta dimostrando giocatore di grande qualità. Non è solo il gol a Parma a dimostrarlo, ma anche gli assist contro l’Apollon e le altre buone prove disputate. Come giudichi invece gli altri giovani arrivati quest’estate alla Lazio?

“Della bravura di Keita si sapeva da tempo, fin dal suo arrivo l’anno scorso. Il giocatore è arrivato dalla Cantera del Barcellona tramite Salvini, lo stesso agente di Diakitè.Dico anche che Tounkara è bravo come Keita, anche lui verrà fuori. Gli altri giovani invece non mi hanno convinto. Avevamo dei giovani bravi già in squadra, basti pensare a Rozzi, ora in prestito al Real Madrid B, che ha segnato pochi giorni fa con l’Under-21. Perchè mandare via Rozzi e portare a Roma Felipe Anderson e Perea? E’ stata una scelta sbagliata. Perea peraltro non è una punta ma viene utilizzato come tale”.

Parliamo ora di un tema che riguarda sia la Roma che la Lazio. L’ambiente calcistico romano vede spesso eccedere le une e le altre tifoserie in una rivalità che spesso sfocia in vera e propria inimicizia e che tu hai definito come una “guerra tra poveri che rappresenta da sempre il vero limite di questa città”. E’ proprio così? E se sì, è una situazione irrimediabile o si può distendere questo clima non certo di pura rivalità sportiva?

“Ribadisco assolutamente quella frase. La città è vittima di un grave provincialismo. Il leitmotiv di molti tifosi è: “Devo avere un punto sopra di te, il resto non conta”. E’ un derby che si gioca 365 giorni all’anno e che è un freno alle ambizioni delle società. Il derby ora come ora è un fallimento. Io stesso non vado più da molto tempo allo stadio, nemmeno quando la Lazio vinse quattro derby in una stagione (1997-98). Se si può rimediare a questo clima io rispondo che in passato c’è stato un tentativo. Anni fa Franco Sensi e Sergio Cragnotti fecero un’alleanza, un patto per tutelare Roma e Lazio dal grande potere del nord. Il patto poi piano piano si sciolse proprio perchè era mal visto dalle tifoserie. Questa rivalità poi viene costantemente pompata e cavalcata da molte radio e giornali locali, che indottrinano molti tifosi. Creare un clima più disteso è possibile solo se l’iniziativa partisse dalle due società. Fare come Sensi e Cragnotti. Se però i due presidenti, come fa spesso Lotito, continuano a fomentare la rivalità al di sopra dei toni non si va da nessuna parte. Al momento la vedo difficile, ma in futuro chissà…”

Veniamo ora ai frequenti episodi di razzismo e violenza nei nostri stadi. In che maniera va fermato il razzismo? Cosa ne pensi della discriminazione territoriale e delle ultime misure applicate dalle istituzioni?

“Bisognerebbe cercare di prendere il diretto responsabile. Con le tecnologie di oggi non è una cosa così difficile da fare. Il razzismo va punito, e su questo non c’è dubbio, ma a volte vedo che non c’è un giudizio equo in questi episodi. Vengono usati due pesi e due misure. La Lazio per esempio paga da tempo la nomea, sopratutto con l’Uefa, di avere una curva di stampo fascista e razzista, ma se una tifoseria, magari considerata di sinistra, assume comportamenti del tipo completamente opposto non sempre viene punita allo stesso modo. La differenza di giudizio non riguarda solo il razzismo. Basti pensare alle misure diverse utilizzate per la morte dell’ispettore capo di polizia Filippo Raciti e quella di Gabriele Sandri, per  la quale non si è nemmeno fermato il campionato. Riguardo alla discriminazione territoriale non vedo rigurgiti di razzismo, ma solo campanilismo e mancanza di cultura. C’è una mentalità retrograda, ma non è una novità. E lo stadio è solo uno dei tanti luoghi dove questi atteggiamenti vengono messi in pratica. Trovo inutile quindi punire gli episodi di discriminazione territoriale. Le stesse istituzioni si stanno accorgendo di aver commesso un passo falso”.

Parlando della Serie A, come giudichi il livello del nostro campionato in relazione a Premier League, Liga, Ligue 1 e Bundesliga? I cosidetti “top players” hanno portato più qualità?

“I top players secondo me non hanno portato più qualità. Per dei grandi giocatori che sono arrivati altrettanti ne sono partiti. Inoltre basti pensare alle formazioni delle squadre di 10-15 anni fa, per esempio Parma e Fiorentina, piene di molti giocatori talentuosi, che oggi potrebbero benissimo competere per vincere il campionato. La differenza con gli altri campionati si vede nelle coppe europee, dove le nostre squadre spesso non sono all’altezza dei grandi club internazionali”.

Spesso si privilegiano gli stranieri a discapito di molti giovani italiani che trovano poco spazio. A volte a dettare legge sembrano essere gli agenti dei calciatori. Si guarda più al procuratore che al calciatore, pensi sia così?

“I procuratori stanno prendendo sempre più piede nel calcio di oggi. Spesso in un mercato vengono presi 4-5 giocatori che hanno lo stesso procuratore, questo fa capire quanto potere abbiano. Molti di questi danno anche problemi alla società, si guardi alle continue dichiarazioni di Raiola che si comporta da padrone verso le società dei suoi assistiti”.

E dopo questa lunga, interessante e mai banale intervista con Stefano Greco, l’appuntamento è con “48 minuti” in onda a partire da lunedì 25 novembre alle ore 18 su LT Sport Uno. L’ospite della prima puntata sarà il presidente del CONI Giovanni Malagò.

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