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Quello che successe veramente, nel vecchio Stadio Amsicora, il 12 aprile 1970, nel corso della partita di calcio tra Cagliari e Bari, nessuno realmente saprebbe dirlo.

Si narra, per esempio, che per assistere a quello storico avvenimento alcuni banditi latitanti accorsero dalla Barbagia e dall’Ogliastra e, dopo il match, seguirono di buon ordine i carabinieri in prigione, con le lacrime agli occhi perché un sogno s’era avverato. In quel pomeriggio di tiepido sole in cui l’Italia salutava la primavera degli anni ’70, un’isola intera festeggiava il primo scudetto della storia andato a una squadra del Sud. Si narra, ancora, che tra gli spalti cadenti dell’impianto cittadino (che un anno dopo avrebbe lasciato il posto al Sant’Elia), c’era chi intratteneva il pubblico prima del fischio d’inizio narrando le gesta eroiche del guerriero cartaginese Ampsicora, che capeggiò una rivolta anti-romana intorno al 200 a. C. E, se avete fortuna, potreste incontrare qualche vecchio sostenitore rossoblù nei vicoli di Casteddu pronto a raccontarvi che, quel giorno, nel fatiscente catino erano ammassate oltre 50mila persone provenienti da tutte le lande della Sardegna e che, quando Sergio Gori all’88’ trafisse per la seconda volta il portiere barese Giuseppe “Bibi” Spalazzi alcuni si ritrovarono, sommersi dalla folla, a 50-60 metri dal posto che occupavano. Poco prima le radioline avevano infiammato la Sardigna con la notizia che, al 74′, Long John Chinaglia, su cross di Peppe Massa, si era guadagnato ed aveva realizzato il penalty con cui la Lazio, in un Olimpico festante, sanciva il 2 a 0 sulla concorrente Juventus, spalancando al Cagliari le porte del primo, storico tricolore. Quel tricolore che Nanni Boi, nel sottotitolo del suo bel libro “Un tiro mancino” (uscito per i tipi di Frilli nel 2001), definì “uno scudetto che non finisce mai”.

Era l’inizio di una leggendaria storia di pallone e identità. Era il Cagliari del filosofo Manlio Scopigno, l’indolente allenatore uruguagio che evitava di stressare i suoi uomini e insegnava calcio con la bonomia dell’amico di famiglia. Era il Cagliari del portiere Ricky Albertosi che si guadagnò lo storico record di portiere meno battuto nei tornei a 16 squadre (solo 11 reti incassate). Era il Cagliari di Pierluigi Cera, generosissimo mediano di spinta veronese, che a Cagliari visse i migliori anni della sua carriera; il Cagliari della roccia Communardo Niccolai, lo stopper ingiustamente ricordato più per i suoi spettacolari autogol che per l’insuperabile cerniera difensiva che formava con il terzino destro Mario Martiradonna, il terzino sinistro Giulio Zignoli e il libero Giuseppe Tomasini; il Cagliari della talentuosa ala destra Angelo Domenghini, che proprio in quell’anno era approdato dal Continente reduce dai trionfi raccolti negli anni precedenti all’Internazionale di Angelo Moratti; il Cagliari della fantasiosa mezzala brasiliana Nené, che era sfuggito alla miseria delle favelas per approdare prima all’attacco del Santos, in cui dominava un certo Pelé, e in seguito alla Juventus, da cui il Cagliari lo aveva acquistato nel ’64-’65 per farne una colonna della squadra; il Cagliari del regista friuliano Ricciotti Greatti, l’eroe della promozione dalla serie B e che pure in A aveva offerto il suo contributo in visione di gioco, qualità e pulizia dell’impostazione; il Cagliari del citato Sergio Gori, la giovane punta che s’impose per il coraggio e il senso del gol; il Cagliari delle riserve che i veri supporters rossoblù ricordano a memoria: il secondo portiere Adriano Reginato, il terzino Eraldo Mancin, lo stopper Cesare Poli, la mezzala Mario Brugnera, che formavano il clan dei veneti e l’ala toscanaccia Corrado Nastasio.

Ma era soprattutto il Cagliari di Gigi Riva, o meglio Giggirriva, come lo chiamano i sardi. Approdato in maglia rossoblù a soli 19 anni, dopo un’unica stagione al Legnano in serie C, Riva vi rimane per tutta la carriera calcistica che si conclude nel 1975-76, conquistando il posto da titolare in Nazionale e una serie di successi come capocannoniere della serie A. Ma soprattutto trascinando il Cagliari allo scudetto del 1970. Allo Scudetto, l’unico e inimitabile. Il fiuto del gol, la tecnica di base, la potenza del tiro (che gli valse il celeberrimo soprannome “Rombo di Tuono”, copyright Gianni Brera) lo consacrarono come il miglior attaccante italiano del dopoguerra. Ma a imprimerne la figura come autentico nume tutelare della comunità sarda sono le sue doti umane: la riservatezza, l’umiltà, la coerenza, la lealtà e la fedeltà – tutti valori che lo accomunano al fiero popolo che lo ha accolto come fosse un suo figlio. Riva diventa un’icona, un mito, un simbolo per tutta la Sardegna.

Nel 2004 Piero Marras, altra leggenda (della musica) sarda rende omaggio all’ala lombarda con la ballata “Quando Gigi Riva tornerà”, traccia dell’album “L’ultimo capo indiano”. Marras, dopo gli esordi rock progressive, acquista la fama di cantore della “sardità” mettendo assieme un pugno di magnifici pezzi dedicati a situazioni, ambienti e atmosfere dell’isola, con suoni che spaziano dal blues al folk tradizionale e si fondono nella visione di un cantautorato puro e alieno da compromessi. In questo atlante di mitologia isolana, Riva occupa il ruolo primigenio di salvatore e condottiero. Nelle strofe fantastiche composte da Piero Salis (vero nome del folksinger di Nuoro), l’immaginario ritorno di Riva in campo segna la fine della rassegnazione e dell’apatia nella società sarda, in preda a una grave crisi socio-economica (“con la vita in fallo laterale” e “il sorriso fermo un po’ a metà”). Gigi Riva è il grido di battaglia e di riscatto, per reagire all’omologazione e all’impoverimento, che può mettere assieme le varie anime dell’isola (“troveremo insieme l’umiltà / per ricominciare con più cuore”). La sua stessa presenza rappresenta la incorporazione, in un solo uomo, dei ricordi indelebili del primo posto del ’70 e delle mille vittorie e delle prodezze e delle battaglie, e della sua incrollabile fede nel Cagliari e nei sardi, che ne fecero – appunto – un santo protettore. La ridiscesa in campo di Rombo Tuono, nella seconda strofa, acquisisce una valenza quasi rivoluzionaria: il ritorno di Riva pare aprire la strada ad una palingenesi della società sarda, con il ritorno a quei valori sani (l’umanità, la solidarietà, la coesione dell’isola) del vivere civile. Nel testo di Marras, solo sotto lo sguardo del suo Profeta, del suo Messia, il popolo sardo sente, di poter realmente essere parte integrante dell’Italia (“Grideremo insieme Italia, Italia / e patetico non sembrerà”) e di poter essere fiero della sua specificità, della sua storia nobile e unica, abbondandonasi in una liberatoria festa finale (“Una grande festa si farà / E la banda ubriaca suonerà / Per intero l’inno nazionale /Arrangiato in versione ska / Dio, ce ne sarà da raccontare / Quando Gigi Riva tornerà”).

La celebrazione di Riva si traduce nel testo di Marras  in un richiamo ad un’età dell’oro, in cui tutta la Sardegna compiva il miracolo di imporsi a scapito delle potenze del Nord, Juventus, Inter e Milan. Tuttavia Marras si congeda dagli ascoltatori come l’aedo nostalgico e insieme visionario, che alla deprimente stagione del cinismo e dell’egoismo antisociale, predilige il sogno ad occhi aperti alimentato dal fascino immarcescibile di quello che non è stato e non sarebbe mai potuto essere soltanto un calciatore: Gigi Riva, la Leggenda.

di MARIO TIRINO

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