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Italo  Cucci

Intercettiamo Italo Cucci a margine di un simposio intitolato “Il calcio come bene sociale. Antropologia e sociologia di Eupalla“, organizzato dalla Pro Loco di Airola (BN), in collaborazione con la SSC Napoli, il Benevento Calcio e la Federazione Provinciale del Coni di Benevento, svoltosi venerdì 22 novembre presso l’Istituto Penale Minorile del centro sannita, al quale il Direttore ha partecipato insieme ad Edoardo De Laurentiis e Nicola Lombardo, rispettivamente vicepresidente e responsabile comunicazione del Napoli, e Tonino Loschiavo, direttore generale del Benevento, moderati dal giornalista Lorenzo Preziosa.

Cucci, 74 anni, ex direttore di Corriere dello Sport, Guerin Sportivo e Quotidiano Nazionale, opinionista del Corriere della Sera e della Domenica Sportiva, oltre che di diverse testate locali, ex docente universitario, è depositario di tantissime memorie di eroi e campioni del nostro calcio.

Nel corso del convegno, ha offerto al numeroso pubblico aneddoti sulla grande Italia di Valcareggi e Riva, che ci regalò nel ’70 l’indimenticabile 4 a 3 alla Germania, sui suoi maestri Gianni Brera, Gino Palumbo e Antonio Ghirelli – i padri nobili della stampa sportiva italiana -, sui rapporti “caldi” tra le tifoserie di Genoa e Bologna che, nell’immediato dopoguerra, si spararono da treni erroneamente fermati su binari paralleli.

Nonostante sia reduce da un vero e proprio tour de force per l’Italia tra viaggi in aereo e in automobile, Cucci, uno dei decani del giornalismo calcistico in Italia, si sofferma volentieri al termine dei lavori a chiacchierare con i giornalisti e i fan.

Visto che lei è una sorta di mostro sacro della cultura calcistica in Italia, Le chiedo: non pensa che questa degradazione del tifo organizzato sia dovuta a una mancata educazione, a una mancata conoscenza della storia del calcio dei decenni scorsi – una straordinaria storia di passione popolare?

Sì, ma non è da attribuire soltanto ai tifosi, ma, per esempio, a molti informatori o, come si usa chiamarli oggi, comunicatori, che sanno il calcio dell’altro ieri, che sanno il 4-2-3-1, il 4-3-2-1 e altre cazzate del genere, ma non conoscono la storia, lo sviluppo, le problematiche, la più semplice filosofia di questo gioco. Che, io continuo a dire, è sempre più spettacolo e sempre meno sport, è veramente un gioco. Gli si attribuiscono molti difetti quando lo si considera uno sport: allora uno sport dovrebbe essere in un certo modo e non com’è e così via. Il calcio è uno sport sui generis, dove i codici etici, il perbenismo, il politicamente corretto non hanno ragione di esistere. Deve essere bello, corretto come una qualsiasi manifestazione che si svolge tra uomini in grado di governare quello che fanno, non perché particolarmente colti, ma perché educati. Quello che manca agli italiani, su molti fronti, non solo su quello calcistico, è una sana educazione.

La seconda domanda che Le pongo riguarda, appunto, la formazione del tifoso. Anche un po’ imbastendo un’autocritica alla classe dei giornalisti, Le chiedo: non trova che, benché il calcio sia lo sport più seguito in Italia, si riscontra sempre più spesso, parlando con il tifoso medio, un’ignoranza proprio tecnico-tattica del calcio? Non pensa che sia anche responsabilità dell’informazione calcistica, televisiva e non, che investe tanto tempo e parole nel contorno – nelle moviole estenuanti, nelle polemiche sterili – e non si occupa invece dei gesti tecnici, delle giocate spettacolari, spiegandoli nella loro eccezionale bellezza?

A questo punto, paradossalmente, io non do più la colpa neanche ai mezzi di informazione, perché, come ben saprai, la vendita dei medesimi è crollata in maniera tale per cui, soprattutto i giovani, non ci leggono. Io il giornale lo vedo in mano agli anziani. Mi fa piacere, perché vuol dire che una sana educazione non è andata perduta. Ma oggi nuovi principi o vecchi principi sani di educazione dovrebbero essere portati dalla televisione (mi raccomando, mi vien da ridere) e da Internet (peggio che peggio). C’è veramente da preoccuparsi. Io affiderei questo tipo di incarico alle istituzioni, perché, se andate a vedere lo statuto della Federcalcio, capirete che è un’istituzione messa per produrre la conoscenza e diffondere la parte corretta dello sport. Tutto questo viene ormai sottovalutato per far posto agli impegni del business. Molto business, poca educazione non può far altro che peggiorare il sistema calcio: presto andrà male il business e la maleducazione sarà anche più grande e più violenta.

Direttore, io conservo ancora un emozionante articolo che Lei scrisse su Roberto Baggio durante i Mondiali del 1994. Secondo Lei, c’è attualmente un calciatore in grado di suscitare non quel seguito popolare, ma di evocare la bellezza del calcio inteso come estro, fantasia, invenzione allo stato puro? C’è un giocatore che la emoziona come Baggio?

Nel peggio in cui può essere catalogato, io per esempio mi diverto molto con Balotelli, checché ne pensino i perbenisti. Ma mi sono divertito assai con Cavani. Cavani era il giocatore che, all’improvviso, senza bisogno di scomodare fantasmi del passato, mi dava l’impressione di poter dare luogo ad un’esecuzione calcistica di altissimo livello. Mi è dispiaciuto che si sia perso per il Napoli e per il calcio italiano, per il quale, pur essendo lui uruguagio con un buon nome di Maranello fra l’altro, aveva aperto un capitolo nuovo. Cavani è meglio di Ibrahimovic, è meglio di chiunque altro e, se lo lasciano crescere bene, diventa meglio anche di Cristiano Ronaldo, così gli diamo anche un bel Pallone d’Oro.

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