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Stefano-Borghi

E’ nelle librerie di tutta Italia, da lunedì 9 dicembre, San Lorenzo de Almagro. La squadra del cuore di Papa Francesco (Imprimatur Editore, 14 euro), il volume che Stefano Borghi, cronista di Fox Sports, ha dedicato a una delle nobili d’Argentina. Abbiamo intercettato Stefano per una lunga chiacchierata sul suo libro e sul calcio argentino.

Quale ruolo ha nella storia del club la tifoseria e in particolare un gruppo storico come la Gloriosa Butteler?

Penso che la storia del San Lorenzo sia inscindibile dalla sua hincha. Basti ricordare il record di presenze, tuttora imbattuto, che la tifoseria maturò quando il Ciclòn precipitò in seconda serie. La Butteler è sensazionale per l’originalità dei cori e per la costanza con cui segue la squadra in trasferta. Il colore, la forza, la generosità dei supporters rappresentano il cuore di questo ambiente.

Come hanno influito sull’affermazione popolare del club le sue radici cattoliche, il fatto che sia stato fondato da padre Lorenzo Massa nel 1908?

La società argentina è profondamente religiosa e ha un grande afflato spirituale. Il San Lorenzo è nato grazie al supporto materiale, in termini di strutture e sostegno continuo, dell’oratorio San Antonio. La matrice cattolica è significativa: è la storia di tante espressioni calcistiche nel mondo, che sono nate tra oratori e campi parrocchiali.

Tra i tanti tifosi celebri del San Lorenzo c’è lo scrittore Osvaldo Soriano, l’indimenticato autore di Triste solitario y final. Come spieghi il fascino che il Ciclòn, meno nobile e famoso di rivali come Boca Juniors e River Plate, riveste per un ampia platea di osservatori esterni?

L’ha detto proprio Soriano in un suo racconto: il San Lorenzo non è il River, il Boca o il Milan, ma ha il cuore grande come la lingua di un cinghiale. Per la straordinaria presenza di aneddoti e situazioni ai limiti del leggendario il San Lorenzo ha un posto di diritto tra le squadre mitiche del calcio mondiale. Nel mio testo ho cercato di narrare oltre cento anni di storia. E’ stata una missione complicata, ma mi sono concentrato sulle figure, i grandi personaggi, le vicende incredibili. E’ per questo che alla fine le mie storie hanno assunto le sembianze di un romanzo, di una favola, più che quelle di un saggio.

Quali sono i calciatori della storia del club che ti hanno più impressionato?

Ce ne sono tantissimi. Dal “Bambino” Hector Vieira, grande ex calciatore dalla figura ambigua, con tante luci e qualche ombra, al fondatore René Pontoni, idolo del Papa, passando per José Sanfilippo, Luis Monti, che da oriundo vincerà il Mondiale del ’34 con l’Italia, Sergio Villar recordman di presenze in campionato, fino al Pocho Lavezzi, l’ultimo grande idolo di questa tifoseria.

Che voto dai a questa stagione? Come giudichi il lavoro di mister Pizzi?

Il voto lo diamo domenica 15 dopo l’ultima gara col Velez Sarsfield. Se vince l’Inicial, è clamoroso: sarebbe una vittoria che assumerebbe dimensioni mistiche, nell’anno dell’elezione del Papa argentino primo tifoso del Ciclòn e dell’esplosione di Angel Correa, che è stato cresimato dal Pontefice. Comunque credo che questo resti un semestre positivo, considerando anche le ultime stagioni tormentate e appese al rischio di finire in Primera Nacional. Il club sta recuperando il posto che le spetta tra le grandi d’Argentina.

Giudichi possibile una futura affermazione europea di Julio Buffarini, Martin Cauteruccio e Angel Correa?

Buffarini ha grandi doti tattiche ed è fisicamente portato per il calcio europeo. Può giocare ovunque e credo che non sfigurerebbe nel calcio italiano. Cauteruccio ha avuto la sventura di esplodere tardi ed è stato frenato da infortuni gravi, come l’ultimo al ginocchio. Anche lui è un eccellente bomber, la cui dimensione ideale è proprio il San Lorenzo. D’altronde credo ci siano grandi campioni perfetti per la dimensione argentina e che in Europa hanno avuto o avrebbero tante difficoltà: penso, ad esempio, a un favoloso bomber come il Tanque Silva. Voglio specificare, però, che è vero l’inverso: non so quanti calciatori affermati in Europa saprebbero ripetersi in Argentina. Sono due contesti assai differenti, con qualità e caratteristiche specifiche e non replicabili altrove. Angel Correa è un vero crack, è un talento incredibile. Ha qualità evidentissime, di cui mi accorsi già nella partita d’esordio contro il Newell’s che all’epoca stavo commentando. Un giocatore moderno, per i movimenti, ma anche antico, per l’estro, la fantasia, l’imprevedibilità delle giocate. Penso sia più naturale un suo approdo al calcio spagnolo che in altre realtà continentali.

Grazie alla trasmissione su Sportitalia, il calcio argentino è stato apprezzato da migliaia di appassionati, che ne hanno conosciuto gli aspetti tecnici e quelli culturali. Pensi sia possibile rivedere in Italia le dirette del campionato albiceleste?

Sono felice si riconosca il ruolo avuto da Sportitalia, il cui progetto innovativo e di grande ispirazione consisteva, appunto, nel lambire ambiti meno noti del mondo calcistico e consentirne, in maniera gratuita per lo spettatore, la fruizione grazie a un’offerta sportiva, culturale e conoscitiva. La trasmissione di incontri calcistici argentini in Italia si scontra con un grosso problema tecnico: i network di quel Paese non producono immagini in HD, mentre gli operatori italiani trasmettono ormai tutto nel formato in alta definizione. Occorre, da parte loro, un deciso avanzamento tecnologico. Certo, che il calcio argentino sia amato da una fetta discreta di pubblico italiano è un fatto acclarato e questa circostanza mi consente di affermare che, prima o poi, l’Inicial e il Final torneranno sui nostri schermi.

La tua idea di calcio si basa sul racconto di passioni che stanno prima, dopo e a fianco di quanto avviene sul campo. Un’idea simile a quella di Maidirecalcio.com. Non credi che la narrazione di miti e leggende, la trasmissione della storia di questo sport e un’educazione sportiva rappresentino l’unico argine alla barbarie dilagante nel calcio moderno?

Sono d’accordissimo. L’unico modo per uscire dal buio è riappropriarsi delle fondamenta del calcio. Questo percorso ci porta a scoprire il vero senso della passione per il pallone. Il risultato non conta, contano la storia, la fede, le tradizioni. Trasmettere i sentimenti forti che si legano all’esperienza del calcio è l’unica missione che può fronteggiare il becerume crescente tra chi produce il calcio, chi lo gioca, chi lo trasmette e ne parla e chi ne fruisce da spettatore. Raccontare le storie significa cercare di far comprendere la bellezza che c’è dietro il puro fatto tecnico, una bellezza che è presente anche oggi. Non concordo con quanti affermano che nel calcio moderno non c’è più poesia. Ci sono un sacco di storie grandiose, di leggende minori: basta cercarle.

Come vedi il prossimo Mondiale?

Le europee in Sud America non hanno mai vinto, ma questa considerazione fa il paio con il fatto che il divario tra il calcio europeo e il calcio latinoamericano è al suo massimo storico. Vedo favorito ovviamente il Paese ospitante, il Brasile, non solo perché gioca il torneo in casa, quanto per la particolare valenza sociale che questa competizione assume per una società in cui il football è tutto o quasi. Insieme al Brasile metterei i campioni in carica, la Spagna, e subito dopo la Germania, che è fortissima, e l’Argentina. Ma vedo anche parecchio spazio per le sorprese, che potrebbero annidarsi in un nutrito gruppo di compagini, tra cui inserirei sicuramente Belgio e Colombia e poi l’Italia di Prandelli. Noi abbiamo un girone veramente affascinante, che metterà in campo scuole calcistiche assai diverse e nobili, come quella nostrana, l’inglese e l’uruguagia. Senza dimenticare il Costa Rica, che soppeserei attentamente, in quanto lo stesso movimento centroamericano si trova in un momento di costante, seppur relativa, progressione. Il fascino di un Mundial è proprio questo: affrontare, ogni quattro anni, un mese di grande divertimento ed euforia, nel corso del quale godere delle specificità di visioni del calcio talora anche radicalmente differenti eppure tutte ugualmente appassionanti.

Parlaci della tua nuova avventura professionale a Fox Sports.

L’approdo a Fox è per me un sogno. Lavoro al calcio internazionale al massimo livello, con le migliori strutture a disposizione e al fianco dei più importanti esperti e colleghi, con i quali ho instaurato subito un grande feeling. Siamo una grande squadra ed io mi ci trovo a pennello. Sono conscio che la strada da percorrere è ancora lunga, ma le premesse per portare avanti un lavoro di altissimo profilo ci sono tutte.

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