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Quello italiano è il Paese delle contraddizioni. Si vive di verità temporanee, precarie e stanti in equilibrio affannoso su un leggerissimo filo, pronto a essere reciso. La verità così viene smentita e non è più verità. Diventa un’opinione. Tra queste verità c’è quella della chiusura delle curve per discriminazione, razziale e territoriale, negli stadi. Ma più che il fatto in se è il giudizio che si dà a destare discussione.

La chiusura delle curve, poi riaperte, di Roma e Inter rappresenta un altro atto vittima di morale e pregiudizio. Partiamo dal presupposto insindacabile che i cori razzisti, o qualsiasi atto di questo genere, frutto di ignoranza, sono estremamente da condannare, e che però non si possono punire tutti i tifosi per i comportamenti sbagliati di alcuni. La discriminazione territoriale, come oggi viene chiamata, è un’altra cosa. Lo stadio è solo uno dei tanti luoghi dove la violenza viene compiuta. E’ come una grande piazza di una città, dove le persone si sfogano e scaricano la propria rabbia, frustrazione e delusione di una settimana per molti faticosa e piena di problemi. Questa scarica di violenza è sicuramente sbagliata, ma è anche aggravata dalla mentalità nostrana, quella della guerra perenne tra campanili  e degli estremi , nonché piccolissimi frazionamenti e divisioni all’interno della nostra società. In tutto questo il calcio è vittima di un carnefice che è la nostra mentalità. Gli assassini non siamo altro che noi stessi. Il tifoso di una squadra vuole sfottere il rivale, quello della squadra avversaria non lo condivide ma si batterà fino alla morte affinché  l’altro possa esprimersi liberamente. In questa inusuale citazione di Voltaire c’è tutto il nostro mondo. Per ultimo lo conferma l’atto di solidarietà dei tifosi milanisti verso gli interisti, che si sono visti squalificare (per poi riaprire) la propria curva.

Il tifoso vuole questo. Vuole poter insultare ed essere insultato liberamente. Su questo si potrebbero spendere, neanche a torto,  fiumi di parole e inchiostro per dire che tutto ciò è sbagliato e frutto di una mentalità retrograda, ma non si può fare nulla. Non si può fare nulla perché noi non siamo disposti a cambiare. I tifosi vogliono rimanere così. Le persone vogliono rimanere così. Le istituzioni  stanno cercando di cambiare il calcio, non accorgendosi che prima è la società a dover essere cambiata. Chi esegue tali comportamenti allo stadio non è diverso da chi fa la stessa cosa in piazza. Etichettare quei comportamenti come discriminanti probabilmente è giusto, ma non lo è condannarli basandosi su una morale finta, perlopiù punendo molte altre persone che con quei comportamenti non hanno niente a che fare.

Il furore delle guerre trecentesche non si è mai spento, rimane la continua lotta fra regioni, province, comuni, cittadini della stessa città. Siamo fratelli nemici, Eteocle contro Polinice, una rivalità perenne che se rientra nei limiti di simpatico sfottò è libera ilarità, ma se eccede diventa odio vero e proprio. In tutto questo cosa devono fare allora le istituzioni? Punire solo il razzismo vero, gli atti di violenza pura e i comportamenti illeciti allo stadio. Lasciamo ai tifosi fare i tifosi.

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