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arsenio erico

Arsenio Erico e Angel Labruna. Questi due nomi e cognomi non diranno niente alla maggior parte di voi. Sapete chi sono e cosa rappresentano? Sapete cosa unisce questi due giocatori di caratteri, stili di gioco ed epoche così lontane dalle nostre?

Arsenio Erico e Angel Labruna sono tuttora i più grandi goleador della storia del campionato argentino. Pietre miliari per la storia del “futebol albiceleste”. Nomi scolpiti nella memoria dei tifosi di due squadre in particolare, Estudiantes e River Plate. Nomi scritti infinite volte su libri e letti in rete, incisi sulle targhe di stadi, di strade e di monumenti. Nomi che scivolano via veloci tra i centinaia di migliaia di giocatori che si sono susseguiti e si perdono nella notte dei tempi. Appunto, altri tempi, altro calcio.

Altro calcio di cui fa sicuramente parte la storia di Arsenio Pastor Erico. Il più grande bomber della storia del calcio argentino, per la media tra partite giocate e reti segnate. A cavallo tra gli anni trenta e quaranta era quasi tutto in bianco e nero e oggi solo grazie alle foto ricolorate ritorna in vita il rosso della maglia che si tatuò addosso per un’intera carriera, quella dell’Independiente. Nato ad Asuncion il 30 marzo del 1915, figlio di immigrati italiani, faccia pulita e capelli unti di brillantina, pettinati con lo “schiaffo”, classici dell’epoca. Arsenio Pastor Erico debuttò in prima squadra a 15 anni, nel Club Nacional, squadra del suo paese, dove segnò 17 gol in 14 partite. Con la squadra dalla croce rossa si mise in luce in una tournée argentina organizzata per finanziare il proprio paese nella guerra del Chaco. La guerra fu combattuta tra il 1932 e il 1935 tra Paraguay e Bolivia per il possesso della regione del Gran Chaco, al confine tra i due paesi, molto ambita per il petrolio e altre risorse naturali. Nel 1934 si trasferì in Argentina, dove vi  rimase fino al 1947, militando per tredici stagioni nell’Independiente . L’ultima stagione argentina la giocò con l’Huracan ma durò solo sette partite e in fretta tornò in patria nel “suo” Nacional con il quale si ritirò nel 1949. Morì nel luglio del 1977 dopo una breve carriera di allenatore con alcuni club paraguayani. Con “Los diablos rojos” dell’Independiente segnò 293 gol in 325 partite nell’arco di tredici stagioni, acquisendo anche il soprannome di “saltatore rosso” o “fenomeno”, per le sue grandi doti atletiche di saltatore e di colpitore di testa. Questa dote unita alla tecnica individuale e alla facilità di finalizzare l’azione ne fece un grandissimo attaccante.

Ecco cosa riporta il sito ufficiale dell’Independiente, dalla biografia del giocatore e dai racconti dell’epoca “Como buen paraguayo, el juego aéreo era su especialidad. Nadie podía frenarlo cuando iba a buscar el cabezazo”. Numero otto nella classifica dei più forti calciatori sudamericani del ventesimo secolo, molti giocatori ne hanno celebrato le imprese. Un certo Alfredo Di Stefano disse di aver preso ispirazione proprio da lui, celebre una sua frase “Non sono stato altro che un tuo imitatore”. Oltre a essere stato un signor giocatore, Erico fu un signore, inteso come persona di gran classe e umanità. Ecco perché.

Nel 1938, proprio prima dei mondiali francesi (vinti dall’Italia), la federazione argentina gli offrì una cospicua somma per accettarne la nazionalità e giocare per sempre con la maglia biancoceleste. La risposta di Erico fu tanto convinta quanto il proprio desiderio di rimanere leale ai colori del suo paese e così respinse l’offerta “No grazie prima di tutto sono paraguayano”. Il popolo e il pubblico calcistico argentino invece di “bandirlo e metterlo al rogo”, da quel momento assunsero una posizione di grande rispetto e stima verso quel giocatore dai valori così leali e puliti. Una bandiera per la propria nazionale, con la quale disputò 56 partite (tutte non ufficiali) segnando 26 reti. Una bandiera per il club che lo ha accolto e che il buon Arsenio non ha mai tradito. Uno dei signori del calcio, padri fondatori di culture sportive e stili di gioco, idoli che uniscono nazioni intere e generazioni diverse, i precursori dei bomber che si sono spartiti la gloria eterna nell’olimpo della “Primera division argentina”: Di Stefano, Kempes, Maradona, Palermo e via via tutti gli altri fino ai giorni nostri.

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