SHARE
Adriano
Adriano - FOTO: AP

C’era una volta Adriano Leite Ribeiro. Giocatorino niente male: forza fisica devastante, velocità stile puledro da corsa, un sinistro missilistico e una Fede incrollabile. O quasi. C’era una volta il futuro Ronaldo, un Campione mai divenuto Fuoriclasse, uno dei “vorrei ma non posso” più sofferti, tristi e malinconici del mondo calcistico moderno. Quello che una volta era l’incubo delle difese avversarie è diventato da anni l’incubo dei locali notturni brasiliani: tra doppiette di birra e triplette di donne, l’Imperatore ha ormai lasciato spazio ad uno schiavo di vizi ed alcool.
Eppure Adriano è stato di più. Molto di più.

Adriano, l’Imperatore che poteva dominare il calcio mondiale ma che è finito vittima dei suoi limiti.

Talento naturale, da giovanissimo si fa notare subito tra i rossoneri brasiliani del Flamengo, segnando 7 gol in sole 19 partite. La voce comincia a girare, le immagini del suo tremendo mancino anche: Moratti se ne innamora e lo porta nella Milano nerazzurra nel 2001, scambiandolo con la Gay Icon Vampeta, uno dei bidoni più imponenti della storia interista. Tutti capiscono che il fucile del ragazzo è bello carico quando, durante l’amichevole valida per il trofeo Santiago Bernabeu tra Real Madrid e Intertrafigge i Blancos appena due minuti dopo il suo ingresso in campo con una punizione incredibile, ammutolendo i tifosi e i giocatori di casa. Dopo 1 gol in 8 presenze, Adriano viene ceduto in prestito alla Fiorentina, bisognosa di un attaccante per non farsi definitivamente inghiottire dalle sabbie mobili della bassa classifica. All’ombra del Franchi segnerà 6 reti in 15 gare, non riuscendo però a salvare la squadra dalla retrocessione. Nel 2002 arriva quella che, probabilmente, è la più bella stagione del brasiliano: il Parma lo acquisisce in comproprietà dall’Inter e il ragazzo, insieme al Mutu dei tempi d’oro e ad un giovane Gilardino, è finalmente libero di esprimere tutte le sue straordinarie skills, siglando 23 reti in 37 match con i ducali. Dopo cotanti exploit, i dirigenti nerazzurri decidono che è arrivato il momento di scommettere definitivamente sull’Imperatore, e la scelta si rivela più che azzeccata: per 4 anni di emozioni nerazzurre Adriano diventerà l’idolo di San Siro abbattendo qualsiasi record, conquistando la maglia del Brasile e mettendo a segno 44 reti in 103 gare. Indimenticabile in tal senso lo straordinario coast to coast sfoggiato in una gara casalinga contro l’Udinese, gol che convinse anche i più scettici della potenza disarmante del numero 10 interista.

Il lutto e il declino

Adriano
Adriano – FOTO: Getty Images

Tutto sembra perfetto, ma la favola dell’Imperatore che partì dalle favelas e arrivò in Serie A e che “diventava verde come Hulk” [cit. Fabio Caressa] quando andava in progressione palla al piede si tinge di un nero oscuro e tragico: il padre perde la vita prematuramente e per il ragazzo il colpo è durissimo. Lo spettro dell’alcool aleggia su di lui e lo conquista con odori forti e divertimento facile. Il tecnico Roberto Mancini capisce che qualcosa non quadra, vuol mandarlo all’estero per giocare di più, data la nutrita concorrenza composta da Ibrahimovic, Cruz, Crespo e Suazo; Il brasiliano inizialmente rifiuta in maniera categorica, salvo doversi poi ricredere a Gennaio per via dell’esclusione dalla lista Champions e le poche gare giocate fino a quel momento. L’Imperatore ricerca fortuna nella sua patria d’origine: il Sao Paulo lo attende a braccia aperte e lui non delude con 17 reti in metà anno. L’Inter ha nel frattempo abbracciato lo Special One Mourinho. Il portoghese sembra credere in Adriano, che però fa di tutto per farsi cacciare: prende a pugni un giocatore della Sampdoria (Gastaldello, nello specifico), segna di mano contro il Milan e non torna in Italia dopo una convocazione in Nazionale. Il ragazzo è ormai scapestrato, sono numerose le foto di tabloid che lo ritraggono in momenti non proprio professionali e dediti allo sconvolgimento notturno. Il grande amore con l’Inter è ormai terminato. La pancia aumenta, gli addominali scompaiono e la voglia di giocare scarseggia. Dopo aver abbozzato un ritiro, Adriano capisce che l’unica soluzione possibile è tornare di nuovo in Brasile: l’intuizione sembra risultare giusta, poiché con il Flamengo vince il Campionato guadagnando anche il titolo di Capocannoniere con 19 reti. Questa scelta felice però si rivelerà soltanto una goccia d’acqua in un oceano immenso: Adriano commette la più folle delle azioni abbandonando la sua isola felice per tornare in Italia alla Roma di Claudio Ranieri che, incredibilmente e nello sconforto generale, gli concede un’altra possibilità di chiudere un conto lasciato aperto per troppo tempo con il grande calcio. I risultati sono nefasti: giocherà 5 partite senza mai timbrare il cartellino, in una forma pietosa ed inguardabile.

What if

Adriano
Adriano – FOTO: AP

L’ennesimo ritorno in Brasile, al Corinthians, è ancora più amaro: rottura del tendine d’Achille del piede sinistro e stop di 5 mesi. Nel suddetto periodo si manifesta il crollo definitivo, con  tantissimo alcool, pochissima professionalità e una reputazione ormai distrutta. La seconda venuta al Flamengo serve solo a sfornare pagine sportive ed a certificare, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che Adriano è ormai un ex calciatore: il campo non lo vedrà quasi mai e, dopo la rescissione del contratto e un rifiuto d’ingaggiarlo da parte dell’Internacional di Porto Alegre, il brasiliano sceglie la saggia via del ritiro, che verrà interrotto soltanto da una parentesi “farsa” al Miami United. Un ritiro che però, clamorosamente, si è interrotto proprio recentemente: Adriano ha infatti intenzione di tornare a giocare. “Lo voglio fare per me, voglio dimostrare che posso raggiungere il mio limite e, così, capire se continuare a giocare oppure no. So che non sono riuscito a completare del tutto la mia carriera, alcune cose mi hanno fatto allontanare dal calcio. Posso dirlo, mi sono fermato a metà“, ammette. Come tanti altri, non forse unicamente per sua colpa, Adriano ha gettato al vento anni di sacrifici e piccoli successi con decisioni ed azioni discutibili e nocive soprattutto per la sua dignità. Se il padre non fosse morto, forse saremmo qui a parlare di Adriano come di un grandissimo interprete del calcio, di un Pallone d’Oro, forse del giocatore più forte del Mondo. Le chiacchiere però stanno a zero, e le sliding doors del vissuto sono tanto lunghe e sorprendenti quanto spesso tenebrose e tortuose. La partita della vita forse Adriano l’ha persa non quando il cuore di suo padre ha smesso di battere, ma quando la sua coscienza ha detto “basta, non ne posso più”, credendo di sbattere la porta in faccia ai fantasmi ma facendoli così entrare senza opposizione o resistenza. C’era una volta un Imperatore che, dopo un gol messo a segno in Champions League, espose una maglia con la scritta “Filipesi 4:13”, ovvero “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica”. Avremmo tanto voluto rivedere, negli occhi e nei piedi di Adriano, quella forza e quella Fede che ora sembrano purtroppo essere svanite per sempre.

SHARE