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Chi scrive ha vissuto, come tanti altri prima e insieme a lui, alcuni tra gli anni più bui e tempestosi della storia della Società Sportiva Calcio Napoli. I piccoli drammi che un amante del calcio può vivere il tifoso napoletano li ha provati tutti: dirigenze inadeguate (Naldi, Corbelli), calciatori bidoni (lista in continua espansione), stagioni di anonimato, addirittura l’onta del fallimento. Gli anni abbonato in curva B per vedere partitoni come Napoli-Chieti 1-2, Napoli-Fermana 1-1 e Napoli-Avellino 0-0, le ingiurie che volano come rondini in primavera e l’intossico di uscire dal San Paolo col cuore spezzato. Poi, soltanto in seguito, la rinascita e il ritorno nell’Olimpo italiano ed europeo.

A Napoli, si sa, il pallone è una scienza ancora meno esatta che nelle altre città. Sarà la passione, la necessità di credere che le vittorie del passato non sono ricordi sbiaditi troppo lontani. Fatto sta che il tifoso partenopeo è uno che non si accontenta mai, pretende il massimo impegno e poi darà solo amore.

Sfortunatamente ieri, al 68′ di Napoli-Lazio valevole per le semifinali di Coppa Italia, l’amore che notoriamente rende diverso l’appassionato azzurro dagli altri connazionali è venuto meno nei confronti di chi un “tradimento” forse non lo aspettava. Lorenzo Insigne abbandona il campo in luogo di Dries Mertens. Non è la sua prestazione migliore, ma nemmeno una da archiviare nel cassetto “stronzate della vita“. Lui però esce, e il pubblico fischia. Una fetta. Non tutto. Ma fischia. Lorenzinho è provato da una gara difficoltosa, la contestazione personale lo coglie nell’animo e il talento di Frattamaggiore, con aria di sfida, polemicamente sprona il pubblico ad alzare maggiormente il volume prima di venir placato in panchina.

La questione ha bisogno di essere divisa in due parti, e la risoluzione è da ricercarsi nel senso morale del dovere (o meglio, del NON dovere):

1) Insigne NON DEVE essere fischiato. Può essere non apprezzato in partenza, criticato, non sostenuto (perché l’indifferenza, si sa, è un’arma micidiale) ma mai subissato di fischi. Il fulcro è tornare indietro nel tempo, e guardare cosa ci si è lasciati alle spalle per capire quanto si è fortunati oggi.

Perciò si prenda la DeLorean e si torni ai tempi dei vari mezzi calciatori che dovevano cambiare la Storia del Napoli in tempi di crisi: Savoldi Jr, Pasino, Zanini, Corrent, De Zerbi (ed è meglio fermarsi, perché di questi spettri più ne parli e più ritornano). Loro SI, li meritavano i fischi.

Ne hanno avuti molti, da parte di tutto lo stadio, ma li meritavano. Non unicamente per loro demeriti, s’intende. Ma da chi doveva mutare il futuro con un colpo di genio o un’idea brillante ti aspetti qualcosa che non siano passaggi orizzontali stile rugby e assist sbagliati a raffica. E’ per questo che il tifoso napoletano non può permettersi di fischiare Insigne, e deve invece dargli fiducia, aspettarlo qualora fosse necessario: se ti hanno spacciato un Lucenti o un Husain come campioni e in loro ci hai creduto davvero, non puoi non credere in Lorenzo Insigne. Anche quando gioca meno bene.

Perché Insigne può davvero cambiare una gara, con il suo estro e le sue giocate. E’ uno dei migliori giocatori italiani attualmente in circolazione, nonché la futura stella del Napoli e della Nazionale. La giovane età è dalla sua parte, se lo si prende di mira adesso il retrogusto dell’eresia sale amaro in bocca. E la bestemmia, si sa, in Italia è “illegale”.

2) Insigne NON DEVE reagire alla “Balotelli”. Perché il tifoso paga il biglietto. E’ un cliente e, come tale, ha sempre ragione (opinabile, ma sostanzialmente corretto). Magari la giornata lavorativa è andata storta, ha scoperto le corna che gli ha messo la moglie, ha avuto le sue cose, non lo sapremo mai. Ciò che sappiamo è che ha il diritto di venire allo stadio e contestare, in maniera civile, ciò che gli è piaciuto di meno. In questo caso i modi sono palesemente sbagliati, ma se Insigne affronta così il suo pubblico allora passa dalla ragione al torto.

C’è bisogno del campioncino che imita le parabole a giro di Del Piero, non le scenate dei peggiori Balotelli e Cassano. Il rischio di cadere nella provocazione di un gruppo di esaltati è sempre presente, la vera bravura sta nell’ignorare le critiche non costruttive e andare avanti per la propria strada. D’altronde Insigne è già padre, e dunque ormai uomo connesso ad un senso di responsabilità. Metta da parte la rabbia in campo, o la utilizzi per trasformare i fischi in standing ovation.

Nella vita non si è mai andati da nessuna parte, in coppia, senza unita d’intenti. E allora, se i tempi dei Leandro, dei Corneliusson, dei Montezine, Montesanto e Montervino sono davvero finiti, non si cerchi di farli ritornare. Insigne e il Napoli conviveranno per tanto tempo: meglio fare l’amore, e non la guerra.