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Cannavaro
Cannavaro alza la Coppa Italia - FOTO: Twitter

Voglio diventare per il Napoli ciò che è Totti per la Roma: una bandiera.

Paolo Cannavaro ci credeva veramente, come tanti insieme a lui. Forse ci ha creduto anche un attimo prima della firma con il Sassuolo, che certificava il suo addio calcistico all’amata Napoli. Magari, sognando ad occhi aperti e vedendosi passare davanti 8 anni di carriera azzurra, provava a convincersi che tutto non potesse svanire così, all’improvviso. I sogni però sono arte di pochi. Cannavaro firma e la nuvoletta di fantasia scoppia come un palloncino pizzicato da un ago. E’ un capitano triste. Un ex capitano.

L’uomo con la fascia è sinonimo di simbolo, autorità, rispetto, caparbietà. E’, come dicono gli inglesi, the man, quello su cui puntare. Lui si che ha la stoffa giusta, gli attributi al suo posto. Una sorta di predestinato. E, strano a dirsi, Paolo Cannavaro forse non è stato nulla di tutto ciò. Ma procediamo con ordine.

Anche il più fessacchiotto dei latini sapeva bene che “nomen omen”: e allora il destino di Paolo, fratello di Fabio, sembra già scritto con un cognome bello pesante all’altezza delle spalle. Non ci sono vie d’uscita: raccomandato o allievo che supera il maestro. L’ambito poi è una strada a senso unico: se ti chiami Cannavaro sei costretto a giocare a pallone. E devi farlo a Napoli.

E così inizia la trafila nelle giovanili azzurre, che porta alle 2 presenze in Serie A del 1998-99, all’età di 17 anni. Una comparsata che servirà a farlo notare dal Parma, già abituato alla bellezza di avere un Cannavaro in squadra. I ducali se lo portano via e Paolo per la prima volta è lontano da casa. Lui quella promessa fatta a sé stesso però non l’ha dimenticata, l’obiettivo è uno soltanto: tornare per essere importante.

Il prestito successivo al Verona (dove trova il suo primo gol in Serie A, contro il Milan) e le stagioni in panchina a Parma con Prandelli non fanno altro che cementare la voglia di riscatto che l’animo partenopeo di Paolo giustamente pretende. Troppo brutto andarsene così, il Napoli non è più la corazzata di un tempo ma è sempre l’amore più grande. Bisogna prenderlo per mano e riportarlo dove merita.

Il 2006 è l’anno di grazia dei Cannavaro Bros: Fabio alza la Coppa del Mondo nel cielo stellato di Berlino, Paolo corona finalmente la sua aspirazione: il ritorno al Napoli è solo il primo passo per qualcosa di più grande. I tifosi sono stracontenti, un po’ perché un difensore così per la B è un lusso e anche perché, parliamoci chiaro, il cognome è uno sponsor importante e fa da sigillo di garanzia. Può festeggiare anche la nuova società, che riporta all’ovile un giovane e talentuoso prospetto ceduto per salvare i disastrosi conti, il cui sacrificio è risultato evidentemente vano.

Come se non bastasse, in Coppa Italia contro la Juventus arriva un gol in rovesciata da antologia che fissa il punteggio sul 3-3 e che porterà la sfida ai rigori, dove a prevalere saranno proprio gli azzurri. Insomma, Paolo è già un idolo. Il campionato scorre tranquillo. Gli svarioni personali e le prestazioni sottotono ci sono, ma nessuno è perfetto. Cannavaro Jr porta il Napoli in Serie A e forma insieme a Ruben Maldonado e Maurizio Domizzi il terzetto difensivo meno battuto di una Serie B che vedeva in scena anche una Juventus depotenziata drasticamente ma comunque inarrivabile e un competitivo Genoa, forse il campionato cadetto più qualitativo di sempre.

La stagione successiva capita che a Paolo Cannavaro mettano una fascia intorno al braccio. Non sempre, certo, ma qualche volta accade. E’ il momento della svolta. La cosa forse lo turba un po’: la seconda stagione dopo il ritorno in A inizia sotto i migliori auspici, ma si risolve con una classifica fallimentare e tanti progetti europei andati a monte. Vengono fuori tutti i limiti di Cannavaro, e i tifosi cominciano a perdere la pazienza. I fischi si sprecano, Paolo è il capro espiatorio. Durante un inutile Napoli-Torino di fine stagione, devastato dagli insulti della sua gente, nel bel mezzo di un’azione di rimessa scaraventa con tutta la rabbia e la disperazione che ha in corpo la palla in fallo laterale. I fischi diventano ancora più copiosi, lui li affronta a testa alta.

Si inizia a parlare di cessione, ma prima Donadoni e poi soprattutto Mazzarri credono in lui: è il perno della difesa, non si tocca. La maggior parte del pubblico smette di prenderlo di mira e le prestazioni salgono di livello come naturale conseguenza. Nel giro di pochi anni quella fascia non gliela toglie nessuno. Sta diventando tutto ciò che vuole essere. Ora è il capitano. Realizza i due sogni del fratello: giocare in Champions con la squadra della sua città e sollevare un trofeo con la stessa. Arriva pure qualche gol, e le topiche vengono sottolineate non più da fischi ma da applausi d’incoraggiamento. Paolo è sempre lì, al centro della difesa. E ha intenzione di restarci. Ma, si sa, tutte le belle storie hanno un lieto fine prima o poi.

Il Capitan Uncino che priva Paolo dei suoi pensieri felici che lo fanno volare e tornare bambino si chiama Rafael Benitez. Le avvisaglie di un tracollo ci sono tutte: Paolo ha ormai assimilato gli schemi della difesa a 3 e, giocando a 4 dietro, soffre come non mai in tutte le amichevoli pre stagionali. In Arsenal-Napoli valevole per l’Emirates Cup gli azzurri sono avanti 0-2 ma vengono rimontati fino al pareggio al termine della gara, Cannavaro ha grosse responsabilità di mancata marcatura su entrambe le segnature avversarie.

La stagione inizia e arrivano le prime panchine. Non mancano le occasioni, ma quando Paolo gioca sembra essere sempre in compagnia dello spiritello malvagio che lo accompagnava in certe partite degli anni scorsi condizionandone il rendimento. L’esperienza napoletana di Paolo Cannavaro finisce per davvero il giorno di Roma-Napoli, scontro diretto per la vetta della classifica di Serie A in cui subentra al termine del primo tempo al posto dell’infortunato Britos. E’ la grande occasione del riscatto, ma fallisce miseramente: fallo al limite dell’area che produce la punizione gol di Pjanic e rigore + rosso, sempre a vantaggio di Pjanic e dei giallorossi, che chiude la partita. Benitez scuote la testa. Il tempo di Cannavaro a Napoli è ormai finito. Il resto è storia recente e ben nota.

Li sento già i vostri mormorii: ok, bell’excursus, ma il punto? Arriva.

Paolo Cannavaro non è mai stato osannato. Non ha mai avuto qualità da centrale top class, o un senso della posizione impeccabile. Non è il tipico calciatore di cui t’innamoreresti sportivamente, e neppure un trascinatore di folle. Paolo Cannavaro non è un talento alla Nesta, non ha l’intelligenza tattica e di lettura delle situazioni del fratello, non è virtuoso del pallone, non è stiloso o aggraziato. Paolo Cannavaro è un “normale” e probabilmente è stato per il Napoli, nonostante la lunghezza della sua esperienza, un capitano di transizione. Paolo Cannavaro non sarà mai una bandiera, non può più esserlo. Paolo Cannavaro non è “the man”.

E quindi, perché Paolo Cannavaro rappresenta adesso un grosso rimpianto per tutti? Per quale motivo, dopo avergli anche sputato in faccia e non di rado, ora manca da morire?

Perché la normalità è sempre la scelta migliore. Perché è un simbolo, un’idea di amore, di rispetto, di fede. E’ un normal one che è diventato special, anche se per pochi attimi. E’, per parafrasare un noto film, il capitano che Napoli merita ma di cui non ha bisogno adesso.

Forse Paolo Cannavaro non è mai stato il mio capitano, e neanche il vostro. Ma è stato il capitano di molti. Il capitano di chi cerca nella gioia di un gol il riscatto sociale, di chi si fa il culo all’estero o al nord e poi torna e si commuove, di chi crede sempre che l’obiettivo sia tangibile e possibile. Di chi mai è stato domo e di chi vuole ancora sognare e credere che un calcio ad un pallone possa essere la svolta, se dato con dedizione e devozione. Ha trasmesso attraverso il suo sudore, le sue lacrime, i suoi applausi e i baci sulla maglia la fierezza di non avere un cuore di marmo. Paolo Cannavaro è il nostro sogno di bambino. E’ fare ciò che più ci piace, per di più con passione e volontà. E’ un po’ tutto e un po’ niente. E’ l’esempio vivente, nonché condensatore e contenitore, di ogni 10% di tutte le cose belle del nostro sport preferito.

Nel calcio c’è l’estroso, l’avvenente, il rissoso. Il duro, lo scorretto, lo spietato. Il concreto, l’integerrimo, la stella. Il fuoriclasse, l’idolo, il belloccio. E poi c’è Paolo Cannavaro.

E allora ciao Paolo. Ti han fatto credere di aver lasciato casa, ma la porterai sempre con te. La fascia è qui ma il segno sulla pelle, siam sicuri, ti è rimasto. E resterà anche a noi.

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