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I gol di Rooney e Van Persie del 2 a 0 con cui lo United ha battuto il Crystal Palace nell’ultimo match i Premier sembravano rappresentare una sorta di rinascita per un club che vede in questa stagione di transizione un vero e proprio incubo. Sesto posto a pari punti con l’Everton (che ha però una partita in meno), eliminazione dalle coppe nazionali e un gioco che stenta a decollare nonostante i grandi nomi e le ingenti somme spese nei mercati estivo ed invernale. L’unica speranza per dare senso alla stagione rimaneva la Champions, in cui il sorteggio sembrava essere per una volta favorevole. Ma i Red Devils sono stati in grado di buttare via anche questa occasione, perdendo per 2 a0 in casa dell’Olympiakos senza tirare praticamente mai in porta. Crisi di identità? Giocatori non più motivati? Problemi di guida tecnica? Il declino dello United si può riassumere un pò in tutti e tre questi punti.

Efficacia perduta- Il Manchester United di Ferguson non si è mai distinto come squadra dal calcio spettacolare, ma è sempre stato un team con la consapevolezza di essere tra i più forti, raggiungendo con grinta e determinazione risultati e trofei. L’identità del Manchester era caratterizzata da una mentalità vincente, in barba a rose più complete e più forti, alla faccia di sceicchi e di allusioni sugli arbitraggi. Adesso tutto ciò sembra essere andato in pensione con il vecchio Sir Alex che,  pur scegliendo il suo sostituto, ha visto spegnersi il fuoco che ardeva nel cuore dei suoi giocatori. Lo United è adesso una squadra qualsiasi, che soffre contro le piccole e prende sonore bastonate nei big match. La schiacciasassi di un tempo non esiste più e adesso c’è da ricostruire il gioco e soprattutto l’anima della squadra di un tempo.

Moyes, l’anti-Ferguson- Non è facile assumere la guida di una squadra che negli ultimi venti anni aveva come emblema il nome, il cognome ed il titolo del tecnico scozzese. Il suo addio è stato uno shock per tutto il mondo United, ma tutte le cose prima o poi hanno una fine e, per tenere fede al nome ed al blasone del club, c’era bisogno di una nuova personalità che continuasse il lavoro del vecchio maestro. David Moyes è stato scelto da Ferguson in persona, ma il salto di qualità dall’Everton al Manchester United è stato più duro del previsto. Passare da una squadra di media classifica con uno spogliatoio tranquillo e personalità modeste ad un top club con grandi campioni ed un pubblico esigente è stato un passaggio forse sottovalutato sia da chi ha scelto il successore di Ferguson che da Moyes stesso, che subito ha avuto a che fare con problemi di gestione tra giovani rampanti e vecchie glorie. Anche l’esperienza sul mercato è pesata non poco: Ferguson era solito acquistare pochi giocatori ad un prezzo contenuto, ma giovani e promettenti, da far esplodere e diventare idoli della piazza. Moyes si è ritrovato con una marea di soldi tra le mani senza sapere cosa farne: alla fine è arrivato Fellaini, buon giocatore ma pagato uno sproposito, e Mata, pagato anch’egli tanto ma di assoluto livello. Soli due giocatori, per una rosa che ha più di un problema di quantità e qualità, specialmente nel reparto difensivo che non ha ricevuto rinforzi.

Tra vecchie glorie e giovani acerbi- Il problema della rosa può essere una delle motivazioni dell’annata storta dei Red Devils. Un reparto offensivo da urlo (Rooney, Van Persie, Januzaj, Mata, Young, Nani, Valencia, Welbeck, Hernandez) non è per niente bilanciato da un centrocampo che vede come leader il vecchio Carrick (talvolta affiancato dall’ancor più vecchio Giggs) ed una difesa che fa affidamento su Ferdinand e Vidic, vecchie leggende ma ormai sul viale del tramonto. Alle loro spalle dovrebbero incalzare giovani promesse, ma i vari Cleverley, Jones, Smalling ed Evans non sembrano all’altezza dei vecchi titolari, creando visibili squilibri in una squadra che affronta ogni match spaccata praticamente in due. Questo problema si ripercuote inevitabilmente sul gioco dello United, che tenta spesso un improbabile giro palla con giocatori con qualità non propriamente da palleggiatori, senza verticalizzare nè tagliare verso la porta, lasciando isolato per ore il centravanti. Rooney, forse il vero trascinatore della squadra, svaria troppo per il campo cercando di dare un riferimento in più ai suoi compagni, ma inevitabilmente disperde le sue energie perdendo di efficacia sotto porta, in particolar modo nella seconda frazione di gioco. L’emblema delle difficoltà dello United è proprio il match con l’Olympiakos: palleggio fine a se stesso, nessun pericolo nell’area avversaria, distrazioni difensive e sfortuna negli episodi.

Gli spunti per essere ottimisti in casa United in realtà ci sono ancora: Rooney ha rinnovato il suo contratto, dimostrando il legame che ha con la maglia ed ergendosi a leader del nuovo corso; Januzaj è un giovane molto promettente, un possibile “craque” del calcio internazionale che può dare la scossa al soporifero gioco dei Red Devils; in Champions c’è ancora una partita di ritorno da giocare e l’Old Trafford farà sentire il suo apporto come sempre per spingere i giocatori all’impresa; in campionato i punti da recuperare non sono poi così tanti per riuscire a ritornare in zona Europa. Il punto di svolta deve essere il gioco. Moyes deve smettere di “scimmiottare” Ferguson e dare la sua identità alla squadra, un gioco efficace ed offensivo che porti al più presto risultati, e delle idee di mercato chiare che apportino alla rosa le modifiche necessarie per tornare al livello delle big inglesi ed europee. Tutto ciò è possibile, ma se non avverrà nel giro di un anno allora sarà chiaro che le società ed in particolare Ferguson avranno fatto l’errore più grosso della loro vita ad affidare il club nelle mani di Moyes, assicurandogli peraltro la piena fiducia con un contratto di ben sei anni.

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