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Le stigmate del predestinato, un avvio incredibile e la capacità di rimettersi in gioco trovando una continuità impressionante nel campionato più importante del mondo. Il tutto accompagnato da un rapido declino di attenzione da parte della sua nazionale. È l’altalena di considerazione che vede protagonista Davide Santon. Sembra passata una vita da quando appena diciottenne “il bambino”, come lo definiva Mourinho, esordiva in serie A e stupiva tutti guadagnandosi un posto da titolare nell’Inter che di lì a poco avrebbe vinto il triplete, ed esordendo in nazionale, meritandosi persino un posto tra i ventitré azzurri per la Confederations Cup 2009. Una vita che in realtà corrisponde a cinque anni, in cui Santon ha lottato per rimanere in groppa al toro meccanico che la sua carriera gli stava mettendo davanti.

Il nuovo Facchetti o nuovo Maldini, frettolose etichette appiccicategli dalla stampa, ha saputo resistere al rischio che corre un diciottenne predestinato: bruciarsi. Lo ha fatto ripartendo da Cesena, quando Benitez e Leonardo gli avevano sbattuto in faccia le porte dell’Inter, ma soprattutto lo ha fatto accettando una sfida che spaventa molti calciatori italiani, andare a giocare all’estero. È stato il Newcastle di Alan Pardew, amico di quel Mourinho che gli ha consigliato di puntare sul suo “bambino”, a credere in Santon quando il declino sembrava inevitabile, nell’estate 2011. E proprio a St James’ Park ripaga la fiducia del suo manager con una serie di prestazioni dal rendimento altissimo, disimpegnandosi alla perfezione sia da terzino sinistro che da terzino destro, trovando la continuità necessaria per domare quel dannato toro meccanico.  Novantuno presenze con la maglia dei Magpies, quasi tutte ben oltre la sufficienza. Una vera e propria rinascita, di cui però la nazionale italiana non sembra essersi accorta.

Con Prandelli commissario tecnico, infatti, Santon è stato convocato appena tre volte in quattro anni, collezionando la miseria di cinquantasei minuti. Eppure la penuria di terzini in Italia è un problema atavico che il solo De Sciglio non può risolvere. Incredibile che non si sia mai puntato davvero su Santon che, assieme al rossonero, potrebbe garantire un’eccellente copertura delle fasce difensive almeno per una decina d’anni. Entrambi duttili, entrambi bravi nelle due fasi, ma soprattutto entrambi in grado di crossare, caratteristica che difetta non poco agli altri elementi della batteria di terzini azzurri. Invece niente, il nome di Santon non è mai nemmeno stato tra i papabili, o almeno tra i possibili outsider, per il Mondiale brasiliano. Intanto Prandelli si affida agli oriundi, lamentando che in Italia i giocatori convocabili non giocano. Sicuramente vero, ma forse basterebbe volgere lo sguardo un po’ più in su e rendersi conto che nel campionato più importante del mondo c’è un italiano che tiene alti i colori azzurri. Un bambino diventato uomo, una promessa faticosamente mantenuta ma clamorosamente dimenticata.

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